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Alemanno libero esce da Rebibbia. "Ma mi sembra di disertare"

L'ex ministro e sindaco in cella per 534 giorni: "Sono innocente"

Alemanno libero esce da Rebibbia. "Ma mi sembra di disertare"
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Ci siamo. Oggi alle 10 Gianni Alemanno lascia il carcere di Rebibbia e lo fa con un mix di gioia e sofferenza: "Uscire sembra quasi disertare una trincea". Un anno e mezzo in cella, dopo la condanna per traffico di influenze, e ora fuori, verso una nuova vita. Ad attenderlo, a cena, troverà il generale Roberto Vannacci che fa mostra di magnanimità: "Noi non lasciamo indietro nessuno". In verità c'è anche un calcolo politico: nei giorni scorsi è arrivato l'annuncio che Indipendenza, il movimento politico dell'ex sindaco di Roma, confluirà in Futuro nazionale, la destra col vento in poppa, anche se un sondaggio di Antonio Noto pubblicato lunedì dal Giornale offre una interpretazione sorprendente del fenomeno emergente: se Vannacci dovesse abbracciare il centrodestra alle prossime politiche, quello sarebbe un abbraccio mortale che farebbe perdere la coalizione guidata da Giorgia Meloni. Insomma, forse il generale funziona al contrario, fa vincere se tenuto a distanza.

Si vedrà, queste sono strategie. Ad Alemanno interessa mettere il dito nella piaga delle condizioni in cui vivono i detenuti e lo fa con un post drammatico, l'ultimo del diario, il sessantatreesimo, prima di oltrepassare questa mattina il portone di Rebibbia. Prima una dichiarazione di orgoglio: "È un'esperienza che non doveva mai cominciare, perché sono innocente... Ma così è la giustizia italiana, soprattutto per chi prova a navigare controcorrente". Poi inizia l'analisi impietosa di quel mondo sempre evocato, fra promesse di cambiamento e buoni propositi, e altrettanto dimenticato: "Ho scoperto celle di quattro posti riempite con sei persone l'una sull'altra, nel degrado degli ambienti e delle condizioni igienico-sanitarie. Percorsi trattamentali (studio, lavoro, cultura) ridotti a un privilegio per pochi. Una burocrazia penitenziaria lenta e prepotente". E ancora: "Tribunali di sorveglianza con pochi magistrati e troppe pratiche che rendono difficili tutte le decisioni e inutilmente angosciosa la vita carceraria".

Alemanno osserva tutti i lati della questione e lancia quel grido d'allarme che è poi in qualche modo l'ammissione di un senso di colpa verso chi resta lì: "Sembra quasi di disertare una trincea, di lasciare tanti compagni di detenzione e tanti lavoratori del sistema carcerario nelle loro lotte e nelle loro sofferenze".

Si sa, il tema è impopolare e parlare di indulto quando è già partita la volata verso le elezioni sarebbe quasi un bestemmia, ma il racconto dall'interno di quel che non funziona è sconfortante. Tutte le riforme sbandierate hanno risolto poco o nulla e anche la teoria, lontana dalla realtà, della necessità di costruire nuove carceri, invece di cedere a presunte tentazioni buoniste, si scontra contro i tempi lenti di realizzazione dei penitenziari. L'ex primo cittadino della capitale ha avuto un trattamento duro: gli è stato perfino revocato l'affidamento in prova, per la mancata osservanza delle prescrizioni richieste, ed è tornato in cella. Ma se l'è cavata e oggi riparte.

Per chi rimane a Rebibbia, a San Vittore o a Poggioreale è un'altra storia. Spesso lunga e dolorosa, senza speranza.

"Riuscirò - è la conclusione - a parlare con il ministro Nordio e a spiegargli che neppure l'ultimo provvedimento in itinere alla Camere (quello che aumenta i benefici per i detenuti tossicodipendenti) sarà sufficiente a cambiare la situazione delle nostre carceri?". Una domanda che oggi camminerà insieme ai passi verso la libertà.

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