In America nessuno perdona l'attivista che si fingeva nera

Smascherata dopo anni di inganni, ha perso lavoro e famiglia. Ora il suo libro di scuse fa riesplodere il caso

In America nessuno perdona l'attivista che si fingeva nera

Spacciarsi per nera al sol fine di fare carriera. È questa l'accusa che si abbatte su Rachel Dolezal: ti sei finta afroamericana, una di noi, pur non essendo affatto tale; ci hai raggirato, e ora che l'inganno è svelato pubblichi un libro per lavarti la coscienza e rifarti l'immagine. S'intitola «In full color» il memoir di Dolezal, fino a ieri attivista per i diritti dei neri, leader di una sezione locale della National Association for the Advancement of Colored People, oggi additata come «campionessa del travestimento» dagli stessi in difesa dei quali si è sempre battuta. È bastata una foto su Instagram che preannunciava il lancio in libreria per innescare il putiferio social. «Spiegatemi, per favore, che ne sa lei di che cosa voglia dire essere una donna nera AUTENTICA?», ha commentato un utente. «Non conoscerai MAI le nostre lotte e non m'importa quanto spray scurente ti cospargi sui capelli», osserva un altro. «Non comprendi davvero l'Esperienza Nera perché nascondi ancora il tuo privilegio bianco». «Firmare un libro fondato su una bugia è uno schiaffo in faccia a tutte le donne nere che lottano e non riescono a pubblicare alcunché per via dei pregiudizi». «Dolezal ha ottenuto un contratto con un editore mentre gli scrittori neri non riescono a farsi pubblicare neppure un articolo». Insomma, un'accoglienza gelida per la fatica letteraria della donna che a giugno dello scorso anno ha assistito, inerme, alla frantumazione del castello di carta edificato in anni e anni di assidua militanza. «Quest'uomo è suo padre?», le chiede inaspettatamente un cronista armato di microfono e telecamera. «Sì», risponde lei. «Ma se lui è suo padre, lei è davvero afro- americana?». Cala il gelo, la voce s'incrina, Dolezal capisce la trappola e si dilegua. Come nel romanzo di Javier Cercas, in cui il protagonista si spaccia per un deportato nei campi di concentramento che non ha mai visitato, l'«impostore» non è tale in eterno. I genitori di Dolezal diffondono le sue foto da bambina, bionda, pelle chiara, stirpe caucasica fino al midollo. Le conseguenze per lei, che nel frattempo ha avuto un matrimonio di cinque anni con un uomo nero, ha costruito una carriera accademica attorno alle radici afro, si è specializzata nelle treccine che le contornano il volto scurito dal fondotinta, sono implacabili: la NAACP la obbliga alle dimissioni, la Eastern Washington University non le rinnova il contratto, chi la conosce smette di risponderle al telefono e lei rimane da sola con due figli da mantenere. «Ho perso due terzi dei miei amici. Non ho ingannato nessuno. Se le persone si sentono raggirate, me ne dispiace, ma credo sia piuttosto una questione di definizioni. Io non direi che sono afroamericana, direi piuttosto che sono nera, questo fa una differenza», spiega a «Vanity Fair». «Io non sono una maschera. Non so come funzioni sul piano spirituale o metafisico, ma so che dacché ho memoria ho sempre avuto consapevolezza e connessione con l'esperienza nera, e ciò non mi ha mai abbandonato». Eppure nel tentativo estremo di riabilitazione, «In full color», nella speranza di essere riammessa all'interno della comunità alla cui causa ha dedicato mille battaglie, pubblicazioni e sit-in di protesta, Dolezal non supera l'esame del colore della pelle che non è nera quanto si conviene. Ha tradito, sì, forse. Ha omesso, certamente. Ma ha pure lottato contro la discriminazione della quale adesso è vittima, suo malgrado. In un percorso inverso a quello della popstar Michael Jackson, ossessionato dalla pelle chiara e dalla forma affinata del naso, Dolezal ha inseguito il sogno di essere nera, pur non vantando neppure un grammo di sangue afro nelle vene. Un'assenza imperdonabile, se vuoi batterti in nome della Black Experience.

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