Aurelio, gli show e i copioni scritti male

Le attitudini da uomo solo al comando e quelle volgarità di troppo

Aurelio, gli show e i copioni scritti male

Bignamino di araldica: De Laurentiis Aurelio, di spavaldi anni settantuno, figlio di Luigi, nipote di Agostino detto Dino, il grande Dino, famiglia di pastai rivista e corretta nel mondo brillante del cinema. Regista, attore, sceneggiatore, questi i suoi ruoli pubblici, offerti da una voce raschiata, spesso volgare nei toni ma confortata dagli studi. Se non si fosse immischiato nel mondo del football, eppoi dico con il calcio Napoli, forse non se ne scriverebbe oltre. Il senso dello sport, il rispetto degli avversari non fanno parte o non appartengono al nipote dell'illustre produttore, lo dimostrano alcuni fotogrammi di archivio, strepiti volgari contro i giornalisti e contro gli altri presidenti colleghi definiti i primi, come gli apparati genitali maschili, i secondi, come la deiezione non soltanto di un quadrupede.

Esempi di repertorio: il Nostro aveva imposto alla squadra sua di disertare, per protesta, la premiazione della super coppa persa contro la Juventus, non salendo sul palco per ritirare le medaglie d'argento, per essere poi preso a babà in faccia, qualche anno e finale di coppa Italia dopo, da Andrea Agnelli, che si è presentato lui stesso a premiare, con medaglia al collo, i trionfatori napoletani di Gattuso. Questi sono dettagli, pinzillacchere, il nipote sembra soffrire il cognome, suo zio è tra i rari imprenditori cinematografici italiani ad avere portato a casa l'Oscar di Hollywood e altri riconoscimenti per la produzione di film memorabili avendo firmato per mezzo secolo la storia del nostro cinema, questo riconosciuto a Los Angeles. Il nipote dello zio si è fermato a titoli onorifici, importanti, a premi nostrani che sono illustri ma non paragonabili alla statuetta americana. Ogni tanto sbaglia l'interpretazione, il copione è scritto male, le battute sono triviali, al confronto delle quali i cinepanettoni di De Sica & Boldi sono opere d'essai recitate da maestri di cerimonia ma tant'è, De Laurentiis, seconda declinazione, ablativo plurale, è fatto così, assumerlo in modiche quantità, evitare assembramenti che provocano lo scatenamento di un ego esclusivo, non concedergli spazio su temi liberi che lo portano a trascendere.

Il Covid da ostriche è un inedito che gli appartiene in esclusiva. Senza di lui, comunque, il Napoli sarebbe ancora alla deriva, nella nostalgia dell'epoca d'oro di Corrado Ferlaino ma con serissimi guai contabili. De Laurentiis ha lanciato il salvagente, per poi portarla a bordo un panfilo, a una squadra che non aveva speranza, vittima di speculazioni, ha offerto di nuovo il sogno alla città che, tuttavia, mai è entrata in sintonia con il presidente e non per colpa della tifoseria, anche quella più sgangherata. È, come si usa dire, un uomo solo al comando ma la questione gli fa gonfiare il petto, cosa che gli piace assai, mascherato dietro un paio di lenti da sole, con l'ondame brillantinato dei capelli, la bazza altera, ha lasciato la sontuosa Villa Camelia di Capri, a bordo di un'imbarcazione privata insieme con la moglie Jacqueline, per raggiungere Roma, dove dovrà sottoporsi ai controlli e essere monitorato.

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