"Brexit, voto storico di Westminster e oggi decidono ribelli tory e laburisti"

L'economista italiano a Londra: "Senza intesa, rinvio e poi elezioni"

Oggi è il giorno del giudizio del Parlamento inglese sull'intesa raggiunta tra il premier Boris Johnson e l'Unione europea. Che aria tira a Londra? «È l'aria degli ultimi tre anni e mezzo. La Brexit ha monopolizzato il dibattito pubblico. Il Paese è stremato e vuole voltare pagina», ci spiega Lorenzo Codogno, visiting professor alla London School of Economics, ex capo economista al ministero dell'Economia a Roma e fondatore della società di consulenza LC Macro Advisors.

Cosa rappresenta questo voto?

«È certamente un passaggio storico. Il Parlamento si dovrà assumere tutte le responsabilità perché in questo momento non c'è maggioranza per nulla, né per la Brexit dura, né per il Remain, né per elezioni anticipate. Un impasse totale».

Come pensa finirà?

«Le previsioni sono sempre azzardate. Direi che c'è il 50 per cento di possibilità che l'accordo passi e il 50 per cento che non passi. Servono i voti dei fuoriusciti conservatori ma anche di quei laburisti che non vogliono andare alle elezioni».

Ma l'emendamento Letwin potrebbe imporgli di chiedere un rinvio, in attesa dei voti sui dettagli tecnici. Johnson sarebbe costretto alla proroga anche se l'accordo fosse approvato.

«In effetti non c'è ancora il testo legale dell'intesa, non ci sono i dettagli, ma solo 16 pagine per ora. Che rappresentano l'accordo politico. Se passasse l'emendamento il no deal il 31 sarebbe escluso ma la situazione si complicherebbe».

Che armi ha Johnson dalla sua per far passare l'intesa?

«Nei confronti dei dissidenti conservatori può usare la promessa di farli tornare e quindi candidare alle prossime elezioni. Da indipendenti potrebbero non essere rieletti. I laburisti pronti a votare l'intesa invece arrivano dai seggi pro-Brexit. Ed è probabile che la votino per non deludere i propri elettori».

A Johnson basterebbe imbarcare una trentina di deputati.

«Ho parlato personalmente con alcuni dei dissidenti tory più noti, come Dominic Grieve e Kenneth Clarke e mi hanno confermato che quasi tutti fra i 21 ribelli, tranne un paio, ci staranno».

Come valuta questo accordo? Migliore o peggiore di quello di Theresa May?

«Diciamo che è una fotocopia di quello May, con importanti differenze riguardo all'Irlanda. Però più accettabile dal punto di vista politico, non da quello economico».

Il Financial Times prevede che ogni inglese perderà 2mila sterline l'anno con questo accordo. Uno studio del Guardian che il Pil pro-capite si ridurrà del 6.4%. Si sarebbe ridotto del 4.9% in caso di accordo May.

«Sono stime che lasciano il tempo che trovano. Di sicuro l'uscita comporterà un rischio economico. Il punto è che se c'è l'accordo subito, si limitano i danni. Più passa il tempo, invece, più l'incertezza fa male all'economia e si posticipano gli investimenti».

Anche Angela Merkel parla già di rinvio in caso di bocciatura.

«Johnson ha interesse che si chiuda la partita. Se l'approvazione arriverà, sarà un suo grande successo. Se non arrivasse, dovrebbe chiedere una proroga della Brexit fino a gennaio, come prevede il Benn Act. Lui stesso sa che il no deal sarebbe devastante. Johnson vuole il deal».

L'accordo può considerarsi una vittoria di Johnson? O della Ue?

«Tutti diranno che è la propria. La Ue si è dimostrata flessibile perché ha interesse che l'accordo si chiuda. Boris ha reso l'intesa più digeribile andando più verso le richieste inglesi. Quello che cambia rispetto all'intesa May è l'aspetto politico e la questione Irlanda».

Però c'è il no del Dup, perché l'Irlanda del Nord sarà di fatto affare europeo in tema di merci.

«Era necessario trovare un'intesa pragmatica, dare una soluzione al problema al di là delle ideologie».

Non c'è il rischio di una frantumazione del Regno Unito? La Scozia chiede l'indipendenza.

«Sì, è vero, i problemi non sono affatto finiti. La Brexit inizia dopo l'accordo e non sarà facile darle implementazione. I rischi che arrivano dalla Scozia sono molto elevati e potrebbero provocare un effetto a catena anche in Galles».

Un nuovo referendum confermativo sull'accordo potrebbe essere chiesto già oggi dai deputati di Westminster. Si tornerebbe all'anno zero?

«Dubito che si vada verso un nuovo referendum. Anche gli inglesi sono stanchi, il Paese è estenuato. Il secondo referendum lo vogliono solo i Liberaldemocratici».

E se l'intesa non passasse? Si andrebbe verso elezioni anticipate? Governo di unità nazionale?

«Il Parlamento, se respinge il deal, si assume una responsabilità enorme. Se l'intesa non passa, non sarà facile evitare nuove elezioni. Se non c'è possibilità di un deal, allora la parola spetta agli elettori».

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