Donald Trump ha trovato un altro modo per ricordare agli europei che, nella sua visione, la guerra in Ucraina è soprattutto una questione europea: se il conflitto sta provocando una crisi del diesel, anche il costo di quella crisi deve essere affrontato dall’Europa. Il 13 settembre Trump aveva attribuito esplicitamente la carenza mondiale di diesel agli attacchi di Volodymyr Zelenski contro le raffinerie russe, invitando il presidente ucraino a smettere di colpire quelle infrastrutture. Gli attacchi hanno effettivamente ridotto la produzione russa di raffinati, contribuendo alle successive restrizioni sulle esportazioni.
Washington ha quindi chiesto agli europei di intervenire direttamente sulle conseguenze. Francia e Germania sono state sollecitate a utilizzare le proprie scorte strategiche di diesel, mentre l’amministrazione Trump ha prospettato, in caso contrario, una possibile limitazione delle esportazioni statunitensi. La richiesta americana ammontava a circa 120 milioni di barili. Parigi aveva risposto con una controproposta più contenuta: 50 milioni di barili di diesel dall’Europa e altrettanti di greggio dai Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia.
Alla fine è stato Emmanuel Macron, alla guida di una videoconferenza del G7, ad annunciare l’intesa: fino a 100 milioni di barili dalle riserve strategiche nell’arco di quattro mesi, con priorità al diesel e un rilascio anticipato nei primi venti giorni, e l’impegno a non adottare restrizioni sugli scambi di prodotti energetici. Trump ha rivendicato subito il risultato, scrivendo che l’Europa aveva accettato di immettere sul mercato una quantità ingente delle proprie scorte.
Nel breve periodo, il rilascio aumenterà la quantità di prodotto disponibile sul mercato e attenuerà la pressione sulle forniture. Ma il prezzo da pagare è il consumo di una parte di un capitale strategico che dovrà comunque essere ricostituito: la richiesta iniziale di Washington equivaleva a circa il 40 per cento delle riserve europee di diesel e gasolio, e anche se l’intesa è stata ridimensionata e ripartita tra più Paesi e più prodotti, il prelievo resta significativo.
A rendere l’intesa quasi obbligata è stata la minaccia. Trump era pronto a limitare le esportazioni di diesel americano, con l’obiettivo dichiarato di aumentare la disponibilità interna e contenere il costo del carburante per consumatori e imprese, a poche settimane dalle elezioni di metà mandato. Per un’Europa che dagli Stati Uniti riceve una quota rilevante del proprio diesel importato, aprire le scorte si è rivelato il modo migliore per non restare senza forniture.
La questione del diesel diventa così un banco di prova concreto dell’America First applicata anche nei confronti dell’Europa. Trump non sembra più considerare gli europei come alleati: di certo non sono ancora rivali, ma altrettanto certamente non sono più partner di un tempo con i quali Washington riteneva di dover condividere e garantire automaticamente sicurezza, energia e stabilità.
