Coronavirus

Cina, la rabbia in piazza: "Xi dimettiti"

Ira e scontri per le restrizioni senza fine. Arrestato anche un giornalista della "Bbc"

Cina, la rabbia in piazza: "Xi dimettiti"

Da Shanghai a Nanchino, da Pechino a Wuhan. La Cina si ribella alla politica «zero-Covid» del regime, che da tre anni, quasi senza interruzioni, impone durissime restrizioni per contrastare i contagi. I cittadini scendono in strada contro la linea del governo comunista, in proporzioni che non si erano mai viste nei dieci anni di potere del presidente Xi Jinping. Era successo sabato, si è bissato ieri, con conseguenti tensioni, arresti e disordini con la polizia, tanto che a Shanghai un giornalista della Bbc, Edward Lawrence, è stato bloccato con la forza da diversi agenti mentre stava facendo riprese video e poi arrestato.

«La libertà prevarrà», «Partito comunista dimettiti» e «Xi dimettiti» sono alcuni degli slogan urlati da migliaia di cinesi nelle proteste in diverse città. Parole pesantissime in un Paese che non conosce diritti e libertà civili e in cui si rischia l'arresto per la semplice manifestazione del proprio dissenso contro il Partito comunista e i suoi vertici.

Per evitare di alimentare la rabbia della popolazione, l'emittente di Stato cinese ha deciso nel suo stile, attraverso la censura, di tagliare le immagini dei Mondiali di calcio in Qatar in cui si vedono spettatori senza mascherina. Un sogno per i cinesi, che dal 2019 vivono in perenne stato di emergenza, costretti alla reclusione al minimo contagio, una condizione che ha fatto crescere insofferenza e depressione, nonostante i numeri ufficiali siano bassi: 39.791 casi rilevati dalla Commissione sanitaria nazionale, di cui ben 36.082 sono asintomatici.

A fare la differenza rispetto al resto del mondo è stato l'approccio del regime, che non ha mai cambiato strategia dall'esplosione della pandemia e intende proseguire sullo stesso sentiero, quarantene e lockdown, come ha confermato il presidente Xi all'ultimo Congresso del Pcc. Il malcontento esplode dopo tre anni di insofferenza per le misure draconiane imposte da Pechino, che ancora oggi costringono milioni di cinesi a isolamento, quarantene e chiusure totali, mentre nel resto del mondo si è tornati alla normalità.

Sia nella capitale sia a Shanghai, la città più popolata della Cina e suo principale centro finanziario, si sono svolte veglie in ricordo delle vittime dell'incendio di Urumqi, nella regione dello Xinjiang, costato la vita a 10 persone. La tragedia, secondo molti, si sarebbe potuta evitare se i residenti avessero potuto scappare attraverso parti dell'edificio che erano invece state chiuse a causa delle norme anti Covid. Le autorità negano che la tragedia sia dovuta alle restrizioni, eppure a Urumqi i funzionari si sono scusati, dopo le proteste e i video che hanno mostrato molte persone bloccate in casa per i controlli anti Covid, e hanno allentato le misure e promesso di punire chi non ha fatto il proprio dovere. Nello Xinjiang 4 milioni di residenti hanno subìto chiusure totali e isolamento per 100 giorni, uno degli stop più lunghi.

Ma la rabbia attraversa l'intera Cina. All'università Tsinghua, uno dei più prestigiosi atenei di Pechino, 300 studenti hanno protestato dopo aver affisso un foglio bianco, il nuovo simbolo delle proteste anti lockdown. Anche a Wuhan, città simbolo da cui si è diffusa la pandemia, centinaia di manifestanti sono scesi in strada.

Sono numerosi i casi che hanno scosso l'opinione pubblica. Il padre di una bimba di 4 mesi è convinto che la figlia non sarebbe morta se avesse ricevuto cure mediche senza un ritardo di 12 ore, motivato da un test «negativo», a causa del quale la piccola è stata giudicata «non urgente». Anche ai familiari di un bimbo di 4 anni, avvelenato da monossido di carbonio, è stato impedito di recarsi in ospedale in tempo, a causa delle restrizioni.

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