Ma perché meravigliarsi del Giuseppe Conte fan di Vladimir Putin? Le radici del "cretinismo filo putiniano" di cui parla su X il leader di Azione Carlo Calenda sono antiche. Tra i tanti misteri del Covid su cui il leader M5s (al tempo servile anche con Pechino, chez Massimo D'Alema) deve rispondere in commissione d'inchiesta il prossimo 4 agosto non ci sono gli sprechi sulle mascherine cinesi e le commissioni milionarie pagate per Dpi farlocchi, c'è anche la missione From Russia with Love, che nel 2020 offrì al dittatore russo l'accesso a segreti sanitari della Nato in una missione in cui, secondo le risultanze in commissione Covid, il contingente non offrì un apporto sostanziale nella gestione dell'emergenza nella Bergamasca, lasciata aperta nonostante il pressing di Cts e Lombardia e considerata dagli alleati il cluster del virus in Europa (fonte Ue e Oms), alla faccia di protocolli e raccomandazioni.
La nostalgia per il padrone sovietico è dura a morire a sinistra, come dimostra la scombiccherata difesa d'ufficio di Conte da parte di Nicola Fratoianni (Avs), intrisa del solito antiamericanismo: "L'Europa è più minacciata dall'ultradestra antieuropea e da Donald Trump che da un improbabile attacco militare diretto della Russia", spiega al Domani Fratoianni. "La superficialità ideologica con cui si descrive la Russia come una minaccia costruita a tavolino è indegna per chi vuol governare il Paese", replica Debora Bergamini (Forza Italia). "Davvero l'obiettivo di Putin è conquistare tutta l'Ucraina e poi minacciare l'Europa?", si domanda un redivivo Rocco Casalino. Inutilmente il ministro degli Esteri Antonio Tajani chiede invece alla sinistra di chiarire "da che parte sta, se con le autocrazie o con l'Ucraina".
La risposta la sappiamo dal 2020: Conte e Putin si davano del tu, o quasi. Si disse che bastò una telefonata tra i due, sabato 21 marzo 2020 per far arrivare il giorno dopo all'aeroporto militare di Pratica di Mare nove aerei cargo militari partiti da Mosca e diretti a Bergamo. A bordo c'erano 104 esperti (72 militari, 28 medici e 4 infermieri) guidati dal generale Sergey Kikot, vicecomandante del reparto di Difesa chimica e batteriologica dell'esercito russo. Un'operazione fino al 9 aprile con l'obiettivo di avere accesso a dati Nato: leggendo le cronache dell'epoca mise in imbarazzo la nostra diplomazia e l'alleato Usa, tanto che ad accogliere le "brigate russe" all'aeroporto non si fecero vedere né il consigliere militare di Palazzo Chigi né l'allora ministro della Difesa ma solo il responsabile della Farnesina Luigi Di Maio. Qualche mese dopo in un report di 11 pagine curato dagli scienziati Natalia Yu. Pshenichnaya e Aleksandr V. Semenov la drammatica gestione della pandemia "monitorata ma non impedita" mise in chiaro ciò che oggi gli contesta la commissione Covid: medici mandati al massacro, ritardi nelle chiusure e contagi senza controlli. Uno scenario tutt'altro che imprevedibile.
Con il Dna di un russo ammalatosi in Italia il 15 marzo Putin avrebbe realizzato un asse con l'italiana Kedrion per le cure al plasma e soprattutto il vaccino Sputnik-V, in accordo con lo Spallanzani e il Gamaleya di Mosca collegato al 48mo reparto militare specializzato in guerra batteriologica e con gli 007 del Gru. Di segreti ce ne sono, l'ex console russo a Milano Alexei Paramonov ha minacciato più volte di rivelarli. Sentirlo in commissione Covid potrebbe non essere una cattiva idea.