Il primo effetto è stato l'annullamento del Forum imprenditoriale e scientifico che era previsto per domani a Miami nell'ambito della visita del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, a sua volta cancellata. Di certo, se la rottura politica tra Giorgia Meloni e Donald Trump dovesse consolidarsi, la posta in gioco sarebbe soprattutto economica. E qualsiasi irrigidimento dei rapporti tra Roma e Washington rischia di tradursi in un problema per molte imprese italiane. I numeri raccontano con chiarezza la dimensione della partita. Gli Usa continuano a essere il principale mercato per l'export tricolore al di fuori dell'Europa, con un interscambio bilaterale salito dell'8,4% nel 2025, alla cifra record di 141 miliardi di dollari. Con gli States il nostro Paese realizza il più grande surplus commerciale, oltre 34 miliardi di euro.
Certo, non è Trump a decidere cosa comprano gli americani. Secondo gli ultimi dati dell'Ice, ad aprile le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti hanno registrato una crescita inattesa (+12,1% nel mese e +3,7% nel quadrimestre), confermando la solidità della domanda americana nonostante i dazi e l'apprezzamento dell'euro sul dollaro. La questione non riguarda, infatti, soltanto le merci. Gli Stati Uniti rappresentano una destinazione strategica per centinaia di imprese italiane che hanno aperto stabilimenti produttivi, centri logistici e sedi commerciali direttamente sul territorio americano. Molte aziende hanno scelto di investire oltre Atlantico per avvicinarsi ai clienti finali e ridurre l'impatto delle tensioni commerciali che erano state innescate da Trump con il Liberation Day di aprile 2025.
"Anche quando emergono divergenze politiche di breve periodo tra le leadership di governo su singoli dossier, la profondità dei legami industriali, tecnologici e finanziari resta un ancoraggio fondamentale. Per questo è essenziale consolidare alleanze nelle filiere strategiche e valorizzare gli strumenti della cooperazione economica bilaterale: sono la migliore garanzia di resilienza e di dialogo costruttivo nello spazio transatlantico", commenta Simone Crolla, consigliere delegato di AmCham Italy, che domani a Milano terrà l'assemblea annuale dei soci. "Parliamo di uno stock di investimenti diretti americani nel nostro Paese pari a circa 36 miliardi di dollari, che si traduce in decine di migliaia di posti di lavoro qualificati e in una presenza industriale radicata sui territori".
Allo stesso tempo, le imprese italiane hanno costruito una presenza negli Stati Uniti che supera i 48 miliardi di dollari, "oltre sei volte il livello registrato all'inizio degli anni Duemila", sottolinea Crolla. Ricordando che l'export americano verso l'Italia è trainato da pharma&chimica, energia e trasporti; quello italiano verso gli Usa da pharma&chimica, macchinari, trasporti, manifattura avanzata e pelletteria.