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Dai cortei anti-Israele alla macchina spietata del racket

Nella stessa piazza sventolavano bandiere e vendevano caro il sogno del soggiorno

Dai cortei anti-Israele alla macchina spietata del racket
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Milano non è solo la città dei grattacieli e dei Navigli illuminati. È anche una geografia di stanze affollate, di centri islamici periferici, di associazioni che odorano di incenso e di promesse.

In quel reticolo fitto di vie secondarie via Padova, via Rocca d'Anfo al Dergano, fino a Sesto San Giovanni Ahmed Mohamed Atia Megahed, quarantenne egiziano naturalizzato nel gennaio del 2023, aveva costruito la sua vera impresa: una rete di fiducia che partiva dalle manifestazioni pro-Palestina e finiva dentro le pratiche del Decreto Flussi.

Lo chiamavano "Il combattente" sul profilo Facebook seguito da 4mila persone.

Lodava Hamas come liberatore, biasimava Israele come nemico da cancellare, e intanto, tra un corteo e l'altro, raccoglieva nomi, passaporti, numeri di telefono. La stessa piazza che lo vedeva sventolare bandiere diventava il mercato dove si vendeva il sogno del soggiorno. Chi lo ascoltava alle assemblee dell'Abspp (Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese) o ai Volontari dell'Alleanza Islamica d'Italia quel sodalizio con sede in via Giuseppe di Vittorio a Sesto lo considerava un punto di riferimento. Era egiziano come loro, era arrivato, aveva i contatti. Poteva "sistemare".

La ditta "La Vittoria Srls", intestata al cinquanta percento con Mohamed Eid Abd Faragalla, era solo la facciata legale. Dietro c'erano le vere leve: la moglie marocchina Hadda Touil, che segnava su un quaderno i debiti di chi arrivava ("300 euro per Ahmed, 200 per l'affitto, altri 400 che mancano"); la "zia" Hanan, cugina del padre ma trattata come sangue, che faceva da procacciatrice e da cassa di risonanza, che intercedeva con le clienti, che teneva i conti morali della rete. E poi c'era Ahmed Ouda, il prestanome per le asseverazioni a basso costo, e Kawtar, la titolare del CAF di via Pellegrino Rossi, dove si firmavano licenziamenti finti e si pagavano i 150 euro di pratica che poi diventavano 5mila.

Megahed non reclutava per strada. Usava il capitale di credibilità accumulato nelle moschee di Cinisello Balsamo e nei cortei. Quando un connazionale gli chiedeva aiuto, lui non parlava subito di soldi. Parlava di "possibilità", di "click day", di "nulla osta". Poi, in macchina o al telefono, la tariffa emergeva: cinquecento euro di anticipo "a fondo perduto", altri cinquemila o seimila se il permesso arrivava. Chi non pagava veniva licenziato "per giustificato motivo soggettivo" il giorno dopo il fotosegnalamento in questura. Il posto veniva lasciato libero per il prossimo.

La rete era elastica e crudele. Funzionava perché poggiava su legami familiari e comunitari che il resto della città non vedeva: cognati assunti e subito licenziati, fratelli di amanti tenuti all'oscuro, certificati di ospitalità comprati a settecento euro in Marocco e poi rifilati a Milano. Funzionava perché, in un momento in cui il livello di allarme antiterrorismo era alto proprio su quelle stesse piazze, Megahed continuava a circolare tra manifestazioni e Sportello Unico Immigrazione di via Servio Tullio come se niente fosse. La stessa auto Citroën C4 che lo portava ai cortei serviva anche per accompagnare i "clienti" a firmare contratti finti.

Chi lo conosceva davvero e ce n'erano pochi sapeva che dietro l'attivista c'era l'imprenditore di se stesso. Megahed non vendeva solo un documento.

Vendeva l'illusione di far parte di qualcosa: una comunità, una causa, una famiglia allargata che, in cambio di un bonifico o di una busta di contanti, ti faceva sentire protetto. Fino al giorno in cui ti diceva di licenziarti da solo, perché "adesso tocca a un altro".

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