Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 10:24
Politica

E la Rossanda scriveva: “Il velo è intollerabile”

Nell’ottobre 1999 la dirigente Pci criticò apertamente l’indumento

Rossana Rossanda lascia il Manifesto: "Indisponibilità al dialogo"

Riproponiamo qui ampi stralci di un articolo, pubblicato dal Manifesto nell’ottobre 1999, scritto dalla giornalista e dirigente del Pci Rossana Rossanda: il velo, spiega, «è intollerabile». «Le sue radici millenarie non lo rendono più rispettabile».

Care donne, decidiamoci. Smettiamo di scrivere tutte imbarazzate che il problema è difficile e dilemmatico: non c’è alcun dilemma nella pratica di molti islamismi che obbliga le donne a portare il velo. Lo portano perché per la loro tradizione volto, capelli, orecchie (e non parliamo del resto del corpo) sono tutti una vagina spalancata e tentatrice, vas iniquitatis che può essere scoperchiato dal solo uomo che se ne è appropriato con il matrimonio. Il velo è l’imene e va ostentato a perpetuo ammonimento verso se stessa, le altre e gli altri che la donna è essenzialmente il suo sesso. Anche l’uomo è il suo sesso, ma a differenza di lei ne deriva forza, potere, diritto, sapere e proprietà.

Tutto questo è intollerabile. Che abbia radici millenarie e traspaia in forme mitigate in ogni religione, cristianesimo incluso non lo rende più rispettabile. Diciamoci a dirlo con la stessa fermezza con la quale diciamo che il velo non può essere strappato da nessuna burocrazia o ministero degli interni o ente o stato che si erga a regolamentatore. Le idee non si strappano neanche se ignobili, a meno che non pretendano di imporsi con mezzi non ideali.

Ma non ne consegue che siano indiscutibili, che non vadano chiamate in causa. Alla signora che si aggira per Torino col velo, dovremmo dire: cara amica, scusi la volgarità, ma la stanno fregando. (...) Perché è convinta di essere un peccato ambulante? Non vogliamo collocare l’identità del suo popolo e della sua fede, nonché i suoi diritti di migrante da qualche altra parte? Ci vogliamo ragionare?

Se non lo facciamo noi non lo farà nessuno. Non è vero che per essere diversi dai nostri, tutti gli altri costumi siano da rispettare. Non è vero che per essere agita anche dalle donne, la tesi d’una inferiorità femminile sia sacra. Non è vero che per essere le madri che trascinano la bambina urlante ad aprire le gambe affinché le nonne le taglino via con la lama la «carne in più» e poi la ricuciano, l’escissione non sia un delitto. Perché ci imbarazza dirlo? Perché abbiamo l’aria di scusarcene? Perché, gratta gratta, anche per noi l’immigrata non è come noi o nostra sorella. Poveretta, va trattata come una che sa di meno, cui si possono dire soltanto verità parziali. (...)

Mi sono stufata del supercorretto differenzialista. (...) Cominciamo a verificare che cosa siamo su alcuni principi elementari. Che una donna appartiene soltanto a se stessa, uno. Che questo suo diritto non viene dopo altri prioritari, e due. Che chi sussurra il contrario si deve vergognare, e tre. Poi del resto si discute.