Altri scontri, roghi, gas lacrimogeni. Ed altri 1.747 fermi nelle «proteste studentesche», ieri in Francia. Mentre infuria la polemica politica tra il Rn di Le Pen che prende di mira i mélenchoniani e il «cattivo maestro» di Saint-Denis, dove il neo-eletto sindaco dell’estrema gauche è stato segnalato dal prefetto per istigazione a delinquere e per il deputato lepenista Julien Odoul «si comporta come un capo banda, che mette un bersaglio sulla schiena di tutti i poliziotti e si mette in mostra davanti a un cassonetto in fiamme» ieri è stata pure la giornata del confronto. Quello tra il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray, i sindacati della scuola e alcuni studenti per provare a spegnere il fuoco letteralmente.
Rabbia tutt’altro che rientrata. Anche ieri, infatti, l’Esagono ha visto le stigmate della violenza prendere il sopravvento. Mentre il ministro annunciava «un piano» per rimpolpare i docenti, alta tensione in molte città e nuovi appelli a proseguire le mobilitazioni studentesche. Dopo che il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, aveva chiesto «massima fermezza» ai procuratori che hanno sul tavolo decine di dossier con alcuni minorenni coinvolti nelle azioni di danneggiamento di plessi e mezzi pubblici, lo stesso Darmanin ha annunciato che saranno i genitori in molti casi a dover pagare le riparazioni. Intanto, per dialogare con la «pancia» studentesca, in primis studenti delle scuole superiori, il ministro dell’Istruzione Geffray in serata annunciava che valuterà la necessità di rivedere l’orario scolastico. Meno ore. Ma per ora nessuna riforma: niente potrà essere attuato prima del 2027, anno in cui Macron lascerà l’Eliseo. Geffray ha invece auspicato un impegno comune per la «democrazia scolastica». Ha smorzato i toni, parlando di 735 scuole coinvolte nelle proteste di ieri; il 30% in meno rispetto al giorno prima. Comunque non un buon segnale, tanto che pure gli 007 interni si sono attivati. È stata infatti confermata la prossima «piazza» scolastica di fiamma e protesta per il 6 ottobre. I sindacati Cgt, Fo, Cfdt, l’Unsa, Sud e Solidaires hanno confermato l’adesione senza escludere scioperi.
I licei sono circa 3.700. Quasi quattrocento quelli rimasti chiusi ieri per precauzione. Di fronte alla rabbia non ancora asciugata, didattica a distanza. Nelle sole regioni Ile-de-France, Grand-Est, Auvergne Rhone-Alpes, i danni agli edifici scolastici già ammontano a diversi milioni di euro. La presidente della regione di Parigi, Valérie Pécresse, parla di danni per 7 milioni di euro e chiede che siano il partito di Mélenchon e i suoi deputati a pagarli. Quanto al Liceo Nelson Mandela di Nantes, il cui ingresso è stato completamente distrutto giovedì da un incendio, resterà chiuso fino alle vacanze di Ognissanti. Anche qui, didattica da remoto. A oltranza. Anche perché on line gli studenti continuano a «postare» appelli contro la piattaforma digitale governativa Parcoursup, quella che di fatto indirizza il percorso di studio (e di lavoro), contestata da mesi. Dicono che non può essere un algoritmo a decidere il loro futuro; simbolo di una competizione a cui la Francia, o parte dei suoi giovani, non è più abituata. E che sta invece imparando a ferire poliziotti e insegnanti. Oltre 300 gli agenti aggrediti in due giorni. A fine giornata, Geffray ha chiesto quindi pure l’aiuto delle famiglie perché controllino meglio i figli: non fateli partecipare a una protesta che dai licei si è già estesa alle università. Trenta le facoltà bloccate.
