Generazione super connessa: "Alziamo gli occhi dai cellulari"

Ragazzi e adulti sempre con lo sguardo allo smartphone Come capire il problema. E risolverlo con l'educazione

Generazione super connessa: "Alziamo gli occhi dai cellulari"

Succede. Quando parli e lo sguardo rimane vacuo, fisso sullo schermo. Quando sei a tavola e lo sguardo è ancora rivolto verso il basso, in trance. Perfino quando sei in spiaggia, e gli occhi puntano in giù, le orecchie non sentono, le bocche non reagiscono. Succede spesso, a bambini, ragazzi e adulti: tutti impegnati a guardare lo smartphone, il tablet, il computer, la tv... Domenico Barrilà, psicoterapeuta e analista adleriano, li ha chiamati I superconnessi (titolo del suo nuovo saggio, in libreria da oggi per Feltrinelli, pagg. 140, euro 13): ovvero le nuove generazioni ma anche i genitori, visto che, come nota lo studioso, «noi adulti siamo sugli oggetti digitali quanto, e a volte anche di più, dei ragazzi: e allora, come facciamo a dire loro che è troppo?». Già, come stabilire che è troppo o, peggio, ancora, che fa male? Un tema non nuovo, ma che Barrilà affronta da una prospettiva meno usuale: anziché demonizzare le tecnologie, si concentra sul rapporto educativo; il quale, dice, non muta anche se muta lo sfondo. «Abbiamo fuso un problema educativo con un'emergenza tecnologica - spiega lo psicoterapeuta - Può essere comodo, persino autoconsolatorio, ma è come un mulino che non macina». Il fatto è che «i processi alle tecnologie sono inutili»; mentre l'obiettivo, in termini educativi, è sempre identico: «Portare i nostri interessi in armonia con quelli del prossimo».

Ora, il problema dei media, e dei social in particolare, è che assorbono l'attenzione e tendono a creare dipendenza; ma soprattutto, dice Barrilà, «forniscono ingredienti del tutto nuovi per la costruzione dello stile di vita, che è l'impronta digitale di ciascuno di noi». Che cosa è cambiato? Nella definizione dello stile di vita entrano in gioco le «impressioni soggettive» e la «costituzione ereditaria», ma un ruolo preponderante è svolto dall'ambiente: e l'ambiente «si è smaterializzato, facendosi sostituire da elementi impalpabili e fortemente manipolati, spesso privi di ogni evidenza ma incredibilmente convincenti». Il potere del web e dei social, appunto. Dove la parte più istintiva di noi trova spazio, in virtù dell'anonimato che «disinibisce, rendendoci caricaturali, di sicuro più aggressivi». Nella rete non c'è solo lo sfogo liberatorio: «Le emozioni, ciò che ci rende ciò che siamo, subiscono una potente deformazione». E poi c'è lo stimolo, fortissimo, all'esibizione, che sui social viene ulteriormente (e spesso pericolosamente, e dannosamente quando sfocia nell'umiliazione degli altri) potenziato: «Tutti noi abbiamo un programma di vita molto elementare: essere chiamati per nome e contare qualcosa per qualcuno». Questi scopi possono essere però perseguiti in un modo che diventa «malato», «antisociale», e che danneggia noi e gli altri. E sul web «questa degenerazione è molto probabile».

Che cosa possono fare i genitori? Primo: osservare i propri figli. Il che non significa affatto spiarli: «Osservare è il contrario di spiare, che sottende un rapporto basato sulla sfiducia, dunque di per sé improduttivo. Osservare ci aiuta a riflettere, a stabilire nessi, a intervenire senza tirare a indovinare. E include un rimando pieno di rispetto, che ai ragazzi non sfugge». E chi osserva, «come uno scienziato», può cogliere (in teoria per tempo) i segnali d'allarme: «L'indicatore della situazione interiore di nostro figlio è la qualità della sua vita sociale: è quello lo sfondo rivelatore, infallibile, dello stato in cui si trova. Inutile cercare sofisticatezze che servono più alla psicologia che ai genitori». Bisogna stare attenti ai «compiti vitali»: «Scuola, amicizia, eventuale vita sentimentale. Se mio figlio non va d'accordo con nessuno è un indizio che non può essere liquidato in modo superficiale». Poi: «L'isolamento, il disinteresse per ciò che accade intorno sono sintomi da registrare». E quando si va ai colloqui a scuola, la cosa più importante sui cui informarsi non sono i voti: «La domanda giusta da fare all'insegnante è come si comporta nostro figlio coi suoi compagni di classe. Nella risposta c'è tutto ciò che è necessario sapere».

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