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Il governo va sotto per un voto. Blitz per stoppare le preferenze

No all'emendamento, è finita con 188 no e 187 sì. Alta tensione in Aula quando è passato lo scrutinio segreto. La conseguenza: rimangono i listini bloccati

Il governo va sotto per un voto. Blitz per stoppare le preferenze

"Elezioni, elezioni". Poi "dimissioni, dimissioni". I cori dell'opposizione coprono per qualche istante il brusio dell'Aula di Montecitorio. Sul tabellone compare il risultato che nessuno nella maggioranza si aspettava: 188 voti contrari, 187 favorevoli. L'emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc sulle preferenze e i capilista bloccati è bocciato. A tradire il centrodestra sono i franchi tiratori, riemersi grazie allo scrutinio segreto che Giorgia Meloni aveva cercato fino all'ultimo di evitare, chiedendo un voto palese e invitando tutti a "metterci la faccia".

Il timore di affidarsi al giudizio degli elettori però nel segreto dell'urna ha prevalso. La proposta della maggioranza tentava una mediazione, mantenendo i capilista bloccati ma consentendo agli elettori di esprimere preferenze per gli altri candidati. Per il governo era un primo passo verso una maggiore possibilità di scelta. Per le opposizioni si trattava invece di un intervento solo parziale, che lasciava intatto il potere delle segreterie nella selezione dei futuri parlamentari.

Il paradosso politico è che proprio l'unico tentativo della maggioranza di modificare, almeno in parte, il meccanismo delle liste bloccate è stato affondato da voti arrivati anche dalle stesse file del centrodestra. Lo scrutinio segreto rende impossibile individuare i responsabili, ma il risultato finale certifica che qualcuno non ha seguito le indicazioni del governo. E torna il fantasma dei franchi tiratori.

La giornata era stata segnata da uno scontro durissimo proprio sul voto segreto. Dopo la richiesta avanzata da Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, la presidenza della Camera ha autorizzato lo scrutinio segreto su circa un centinaio di emendamenti e sul voto finale della legge elettorale. Una decisione contestata da Meloni, che aveva lanciato una sfida alle opposizioni: "Metteteci la faccia". L'appello, però, si è trasformato in un boomerang politico.

Nelle ore precedenti il centrodestra aveva ricompattato le proprie posizioni. Forza Italia, dopo le riserve iniziali, aveva deciso di sostenere l'emendamento, definito dal vicepremier Antonio Tajani un "compromesso accettabile". Anche la Lega aveva confermato il via libera, sostenendo che il sistema avrebbe garantito insieme governabilità e rappresentanza dei territori. Persino Roberto Vannacci, pur criticando il mantenimento dei capilista bloccati e ribadendo di preferire un sistema basato interamente sulle preferenze, aveva annunciato il voto favorevole.

Ufficialmente, dunque, la maggioranza c'era tutta. Nei fatti, almeno un voto è mancato. E quel voto basta ad aprire interrogativi politici destinati a pesare ben oltre l'esito dell'emendamento. Perché se su un provvedimento sostenuto dal governo e dai leader della coalizione emergono defezioni, significa che la logica dell'interesse personale prevale su quello di coalizione.

Le opposizioni colgono immediatamente l'occasione. Elly Schlein parla di "un voto contro l'arroganza" della presidente del Consiglio e invita il governo a "prendere atto del fallimento". Giuseppe Conte rincara la dose: "Avete sfiduciato la vostra presidente del Consiglio". Duro il capogruppo di FdI, Galeazzo Bignami. "La differenza tra noi e voi è che noi ci mettiamo la faccia, voi qualcos'altro. Voi siete esempio di vigliaccheria. Ci venite a fare le lezioni e poi votate contro le preferenze". A infiammare il confronto è anche il merito della riforma. Da anni il tema delle preferenze attraversa il dibattito, ma in Aula trovare un punto di equilibrio si rivela ogni volta complicato. L'esito del voto non mette in discussione la tenuta del governo. Ma la legge elettorale si conferma il terreno sul quale emergono le contraddizioni di tutti gli schieramenti. Maurizio Lupi in serata puntualizza: "Giusto riflettere ma governo e legge elettorale vanno avanti".

Intanto il presidente del Senato Ignazio La Russa avanza una proposta: modificare il testo e votarlo prima a Palazzo Madama dove il voto non è palese. Anche Roberto Vannacci commenta il risultato che ha visto il governo sotto di un voto alla Camera: "L'avevo previsto. La politica vecchio stampo non vuole restituire la sovranità al popolo che ora sa chi votare".

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