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"Ho ucciso mia moglie". Crolla dopo sei anni il killer di Delphine

Cédric Jubillar confessa con una lettera dal carcere. La famiglia della donna: "Vogliamo la verità"

"Ho ucciso mia moglie". Crolla dopo sei anni il killer di Delphine
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Sono bastati alcuni mesi di prigione per aprire un nuovo capitolo su uno dei casi di cronaca che più hanno riempito le pagine dei giornali in Francia. In una lettera inviata al suo legale, Cédric Jubillar ha ammesso di aver ucciso la moglie Delphine, 33 anni e madre di due figli.

La svolta arriva a sei anni di distanza dalla tragedia che nel dicembre del 2020 ha colpito il villaggio di Cagnac-Les-Mines, nel dipartimento di Tarn nel sud della Francia. La donna era scomparsa in circostanze mai chiarite del tutto e nessuna traccia era emersa sul luogo dove si troverebbe il corpo. Ora, secondo la lettera giunta all'avvocato Pierre Debuisson, il 38enne già condannato in primo grado nel 2025 a trent'anni di carcere è pronto a fornire informazioni utili al rinvenimento del cadavere.

Si tratta di una svolta inattesa dal momento che Jubillar si era sempre proclamato innocente sia nel corso delle indagini sia durante il processo. Inoltre tra appena due mesi l'uomo dovrà affrontare il processo di appello a Tolosa.

"Mi ha dato una lettera dettagliata facendo una confessione di colpevolezza" ha dichiarato il suo legale al giornale La Dépeche du Midi. "Per il momento, Cédric Jubillar riserva al sistema giudiziario i dettagli delle circostanze della scomparsa della moglie ed è interamente a disposizione per fornire tutti i dettagli necessari", ha aggiunto.

Sgomento e amarezza sono invece i sentimenti prevalenti tra i parenti di Delphine. "Non è un giorno di vittoria. È un giorno di verità. E la verità arriva con oltre cinque anni di ritardo" ha commenta al giornale Le Figaro Mourad Battikh, avvocato degli zii e zie della donna. "Nulla restituirà Delphine ai suoi figli, ai suoi cari, né restituirà loro gli anni di angoscia che hanno attraversato - ha aggiunto - la giustizia ha bisogno di una verità completa: le circostanze esatte dei fatti, il luogo in cui riposa Delphine e tutte le spiegazioni che la sua famiglia hanno diritto di ottenere. La confessione non mette fine alla sofferenza, mette fine, forse, a una parte di incertezza. È una differenza essenziale". L'auspico da parte di Battikh è che i famigliari della donna possano ricevere "piena verità, senza riserve, e una giustizia pienamente compiuta".

Il caso di Delphine Jubillar era diventato fin da subito una vicenda che aveva appassionato e diviso l'opinione pubblica francese. Nelle fasi iniziali delle indagini erano emersi diversi fattori: una causa di divorzio che secondo la difesa del 38enne procedeva con il consenso di entrambi; una relazione extraconiugale che la donna aveva iniziato nei mesi precedenti la scomparsa, pista sulla quale gli investigatori avevano poi escluso ogni collegamento.

Ad alimentare il dibattito furono le contraddizioni nelle testimonianze dei soccorritori e le incongruenze nelle annotazioni dei gendarmi che per primi sono intervenuti, dettaglio che suscitò il sospetto di inesperienza.

Ma furono soprattutto l'assenza di un corpo, di un'arma e di tracce evidenti del delitto a dividere le opinioni dei francesi, in particolare sul problema del mandare a processo un uomo senza

prove forensi. Nessun elemento concreto era infatti emerso dall'analisi delle celle telefoniche sui cellulari della coppia, dai dati di geolocalizzazione di Google o dalle piste passate al setaccio dalle unità cinofile.

GC

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