Pronti all'intesa o alla guerra? Il dubbio aleggia da 48 ore. Giovedì Donald Trump era pronto a scatenare l'inferno e a prendersi non solo Hormuz, ma anche il terminal di Kharg e tutto il petrolio iraniano. Nelle ore successive giurava, invece, di esser pronto a spedire in Svizzera il vice JD Vance per firmare un'intesa definitiva con gli iraniani. Ma ieri il giro dell'oca era di nuovo alla casella iniziale. Mezza giornata di indiscrezioni sui contenuti dell'accordo filtrate da media americani e iraniani rivelavano un pateracchio indecifrabile in cui poco o nulla coincideva. A partire dalla presunta firma di domani in Svizzera. "Qualsiasi speculazione su una firma in Svizzera o su un incontro faccia a faccia non è altro che un malinteso e un'illusione americana", scriveva l'agenzia Fars News, vicina ai pasdaran. Alla fine però un tweet del ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi rimetteva tutto in ordine dando per certo un Memorandum "vicino alla conclusione". Un'assicurazione accettata da Trump che rilanciava il tweet definendolo "molto positivo".
Ma se un'intesa è stata raggiunta bisogna capire quale sia stato il miracolo. Anche perché le contraddizioni emerse continuano ad apparire insanabili. Prendiamo la questione nucleare, ovvero una delle ragioni per cui Donald Trump sostiene di esser sceso in guerra. Secondo fonti della Casa Bianca l'Iran era pronto a smantellare il programma nucleare e procedere alla distruzione di tutto l'uranio arricchito rimasto sul suo territorio. Nelle stesse ore l'Irna, l'agenzia di stampa ufficiale iraniana, spiegava che non si era raggiunta alcuna intesa sul nucleare. Un programma che nella versione iraniana non era destinato né ad essere smantellato, né tanto meno congelato per 20 anni, ma semplicemente modificato in base a modalità discusse nei 60 giorni successivi alla firma del memorandum. Ma le contraddizioni non si limitavano al nucleare. La riapertura di Hormuz restava altrettanto controversa. Per la Casa Bianca, Teheran era pronta a concedere l'immediata riapertura dello Stretto rinunciando a riscuotere pedaggi. Gli iraniani, pur non menzionando i pedaggi, ribadivano non solo la volontà di mantenere il controllo dello Stretto, ma anche di governarne i transiti in barba al diritto marittimo internazionale. "Contrariamente ad alcune bizzarre affermazioni, l'Iran non si impegna in alcun modo a cedere la gestione dello Stretto di Hormuz o a ripristinare le condizioni precedenti l'aggressione militare. L'unico punto menzionato - scriveva l'Irna - è la normalizzazione del transito. La futura amministrazione dello Stretto si baserà su un'iniziativa e una proposta iraniana. E Teheran risolverà direttamente la questione nei colloqui con l'Oman". Come dire lo Stretto è nostro e lo gestiamo noi con i nostri vicini. Ma incongruenze ancor più pesanti riguardavano il destino delle sanzioni e la restituzione degli assetti finanziari di Teheran congelati da Washington. L'agenzia iraniana Mehr dava per certa l'imminente fine delle sanzioni e lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati entro 60 giorni.
Le fonti dell'Amministrazione Trump sottolineavano invece che l'intesa è "basata sulle prestazioni" e dunque l'Iran non riceverà un soldo "finché non rispetterà la sua parte dell'accordo". Incongruenze e contraddizioni su cui sembra assai difficile costruire una tregua di lunga durata.