Chicco Testa, 74 anni, un lungo passato da politico e da amministratore. Leader ambientalista, deputato del Pci e del Pds, presidente dell’Acea e dell’Enel. Uomo di sinistra. Oggi convinto sostenitore del nucleare.
La legge per avviare la produzione di energia nucleare è passata. Mancano solo i decreti. Il ministro Pichetto Fratin dice che entro sette anni potrebbero accendersi i primi reattori. È credibile?
«Forse il ministro è un poco ottimista. Credo che un orizzonte di 10/12 anni sia più credibile. Anche se i nuovi reattori, parliamo di SMR (Small Modular Reactors), potrebbero avere tempi di realizzazione nettamente inferiori a quelli delle grandi centrali».
Lei ha scritto un libro sul nucleare (insieme a Giuseppe Zollino) intitolato Il pezzo mancante. Il nucleare è il pezzo mancante di che cosa?
«Del puzzle energetico e della transizione ecologica. Solare ed eolico sono fonti preziose ma intermittenti: funzionano solo quando c’è sole o vento. Senza una fonte continua, programmabile, densa e a zero emissioni di carbonio come il nucleare di fissione, il sistema è costretto a ricorrere costantemente al gas fossile per coprire i vuoti di produzione. Il nucleare è l’unico tassello in grado di completare il quadro della decarbonizzazione senza mandare in tilt la rete».
Quali saranno le conseguenze del nucleare sull’economia dell’Italia?
«L’energia in Italia costa il 30-40% in più rispetto alla Francia e a molti Paesi europei, e così azzoppa la competitività del nostro manifatturiero e pesa sulle famiglie. Integrare il nucleare significa stabilizzare i costi dell’elettricità a lungo termine, proteggere le imprese dalla volatilità dei mercati delle materie prime fossili e rilanciare una filiera industriale ad alto valore tecnologico. Significa abbassare la spesa energetica sia per l’industria sia per le famiglie».
C’è il tema della sicurezza...
«I reattori di terza e quarta generazione dispongono di sistemi di sicurezza passivi, in grado di spegnere la reazione al minimo segnale di pericolo».
L’Italia rinunciò al nucleare con un referendum quasi quarant’anni fa. Quanto hanno pagato per quella rinuncia?
«La scelta del 1987 è costata all’Italia molti miliardi di euro».
Col nucleare raggiungeremo l’indipendenza energetica?
«Nessun Paese industriale moderno è del tutto autarchico, ma il nucleare garantisce un aumento della sovranità energetica. L’uranio ha una densità energetica enorme: una sola carica dura da 18 a 24 mesi e le scorte di combustibile per anni possono essere stoccate in pochissimo spazio».
Lei ai tempi del referendum fu tra i leader degli antinuclearisti. Perché e quando ha cambiato idea?
«Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, guardando i dati sui consumi mondiali, sulla crescita demografica e sul cambiamento climatico, la realtà dei fatti ha spazzato via un certo dogmatismo ideologico. Capire che le rinnovabili da sole non potevano garantire la continuità di un Paese industriale non è stato un tradimento, ma un atto di pragmatismo razionale. I primi alleati del nucleare dovrebbero essere gli ambientalisti se veramente hanno a cuore la riduzione delle emissioni che provocano il riscaldamento globale».
Perché la sinistra italiana si oppone sempre alle grandi opere e alle innovazioni?
«È il risultato di una deriva culturale che ha sostituito la cultura del governo e dello sviluppo industriale con la cultura del no e della protesta sistemica».
Qual è l’aspetto di questo piano energetico o di questo dibattito politico che ritiene più determinante per il futuro dell’Italia?
«Dovremmo smettere di considerare l’energia un tema su cui scontrarsi fra opposte fazioni. Su temi come questo occorre un accordo bipartisan. Sedersi attorno a un tavolo, guardarsi negli occhi e avere a cuore soprattutto l’interesse nazionale. Ma temo che questo non accadrà».
