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Kiev attacca la Crimea. "Stato d'emergenza" dopo le bombe su Kerch

Lanciati 700 droni. La strategia di Zelensky: soffocare la penisola ormai quasi irrecuperabile

Kiev attacca la Crimea. "Stato  d'emergenza" dopo le bombe su Kerch
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La Crimea non è soltanto una penisola, ma un'ossessione. Per il Cremlino è il vessillo della grandezza ritrovata, il trofeo che Putin non può permettersi di perdere. Per Kiev è una ferita aperta, il territorio che continua a sanguinare sotto l'occupazione. Così la guerra torna dove tutto, in fondo, era cominciato. E il messaggio ucraino è sempre più esplicito: se la Crimea non può essere riconquistata oggi, allora brucerà tra le fiamme. È questa la strategia di Kiev: non soltanto colpire l'esercito russo, ma logorarne la logistica, soffocarne i rifornimenti, incrinarne il controllo attraverso una sequenza di attacchi contro infrastrutture, energia e collegamenti vitali.

È nella logica dell'assedio permanente che si colloca il nuovo affondo su Kerch, il nodo che tiene unita la Crimea alla Russia. I droni ucraini hanno centrato quattro unità navali nel porto, mentre altre esplosioni scuotevano l'area compresa tra l'aeroporto militare di Saky e Krasnoperekopsk. L'obiettivo è recidere il filo che alimenta la macchina bellica russa: rallentare il flusso di uomini, carburante e rifornimenti diretti al fronte.

Le autorità filorusse hanno proclamato lo stato d'emergenza. A Sebastopoli tornano i blackout, e nella regione di Tula è stato colpito ancora una volta lo stabilimento chimico Azot. Zelensky ha trasformato questa fase della guerra in una campagna di quaranta giorni affidata agli apparati speciali. Il bersaglio è il cuore del sistema militare, industriale ed energetico russo, da colpire in profondità.

Mosca reagisce serrando i ranghi. Putin firma una legge che introduce nuove misure per rafforzare la sicurezza interna e dispone il posizionamento dei sistemi antiaerei Pantsir-S1 perfino sui tetti degli edifici residenziali.

La crisi dei carburanti si estende. Segnalazioni di distributori senza benzina arrivano da Tomsk, in Siberia. Il Cremlino proroga fino al 2027 il divieto di vendere petrolio ai Paesi che applicano il tetto al prezzo imposto dall'Occidente, mentre tornano a farsi sentire gli effetti delle sanzioni americane, riattivate dopo la fine delle deroghe concesse durante la crisi dello Stretto di Hormuz.

Sul piano diplomatico il dialogo resta aperto. Nella residenza bunker di Valdaj, Putin ha ricevuto il presidente bielorusso Aljaksandr Lukashenko per discutere della sicurezza militare regionale. Kiev continua a escludere un ingresso diretto della Bielorussia nel conflitto, ma sul fianco orientale della Nato cresce la tensione: Lituania e alleati temono provocazioni da Mosca e Minsk. Lo zar vede in Trump, fin da Anchorage, l'unico interlocutore credibile per avviare negoziati. Linea che irrita i falchi dell'establishment, determinati a liquidare al più presto la questione Zelensky, spingendosi fino alla minaccia dell'arma nucleare (Rutte, Nato, dice che l'Europa è pronta a difendersi). Il leader di Kiev apre invece di nuovo a Mosca: "Gli amici di Putin hanno saputo da noi che un incontro è possibile, così come la fine di questa guerra. È la Russia che deve compiere un passo verso la pace".

Sul campo Mosca schiera 720mila uomini e continua ad avanzare facendo leva su fanteria e produzione di droni.

Ma il conto della guerra si misura anche nell'ambiente: quasi un quarto del territorio ucraino è contaminato, con danni per 138 miliardi di euro. In questo scenario trova spazio un raro segnale di umanità nello scambio di 160 prigionieri. Sullo sfondo arriva anche la notizia della morte, a 73 anni, dell'ex ministro della Difesa Sergey Ivanov.

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