Stavolta l’epicentro del terremoto è a Parigi, la seconda economia dell’Unione europea per dimensione. Il primo ministro Sebastien Lecornu è costretto ad annunciare una manovra lacrime e sangue da 43 miliardi di euro. La ricetta è in grado di far impallidire il miglior Mario Monti: taglio alla rivalutazione per le pensioni superiori a 1.260 euro, sforbiciata alle agevolazioni alle imprese per i salari bassi, tagli alla sanità, al Pubblico impiego e ai ministeri. In Italia all’epoca della crisi del debito si invocava di «Fare presto», ma la sensazione è che a Parigi non solo non si farà presto ma si farà fatica a centrare l’obiettivo di portare il rapporto tra deficit e Pil al 5%.
Nelle piazze e nelle campagne impazzano già le proteste, per una situazione che ormai si ripresenta tutti gli anni: la Francia deve correggere un bilancio che fa acqua da tutte le parti, ma non ci riesce. Un film drammatico dove saltano le teste dei primi ministri e alla fine si dà il proverbiale calcio alla lattina: è successo già con la legge di bilancio 2026, quando il Paese è rimasto in esercizio provvisorio per quasi due mesi. Insomma, senza una legge di bilancio approvata e un chiaro indirizzo di politica economica. Quando poi, grazie a un meccanismo costituzionale per aggirare il voto in Parlamento, si è riusciti a far passare la manovra, tuttavia la crescita economica è rimasta anemica. Mentre la crisi energetica ha aggravato i problemi e le stime sono sballate con il deficit è lievitato al 5,4%.
E così il presidente Emmanuel Macron, attraverso il primo ministro Lecornu che guida un governo di minoranza, adesso riprova a far quadrare le cose. Ma lo deve fare in un contesto molto complesso, dove i principali partiti di opposizione - Il Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon - sono apertamente contrari. Il partito di Le Pen è infuriato per la riduzione del potere d’acquisto dei pensionati, la sinistra di Melenchon attacca sul taglio ai servizi pubblici, vorrebbe tassare gli ultraricchi e minaccia la sfiducia. Negli anni Macron, attaccato da destra e da sinistra, ha sempre rinunciato a ridurre la spesa pubblica anche per il terrore di perdere il consenso e la guida del Paese. Tant’è che sono anni (almeno 5, visto che l’obiettivo della manovra 2027 di Lecornu è arrivare al 5%) che il rapporto deficit/Pil è al 5%, un’enormità se confrontato per esempio all’Italia che nel 2025 ha portato lo stesso rapporto al 3,07% del Pil a un passo dall’uscita dalla procedura d’infrazione sul deficit da parte dell’Unione europea. Un vortice dove Parigi rischia di sprofondare sine die, anche per la difficoltà di trovare un fronte politico in grado di far passare i sacrifici. In vista delle elezioni di aprile 2027 l’incertezza sull’esito del voto rimane massima. Il punto è che l’incapacità di risanare i conti di Parigi rischia di contagiare i partner europei, come l’Italia che ormai è stabilmente preferita sui mercati dagli investitori. E così lo spread tra Btp e Bund ieri si è allargato per poi ridursi a 115 punti base.
Il mercato vede l’instabilità, teme l’ennesimo nulla di fatto e sfiducia la Francia con il titolo di stato decennale che rende quasi il 4,9% e lo spread con i Bund, i titoli di Stato tedeschi, che è arrivato a 156 punti per poi scendere a 141. Tutto questo è aggravato da inflazione, prospettiva di rialzo dei tassi d’interesse della Banca centrale europea e dal nodo della crisi in Medioriente, che ha fin qui alimentato i rincari sui carburanti a livelli vertiginosi. Il problema è che in un’Europa con interessi intrecciati, se Parigi piange Roma non ride.
