A prima vista è un vero paradosso nucleare. Donald Trump, il presidente che ha bombardato l’Iran per impedirgli di dotarsi dell’atomica ha dato il via libera, ieri, ad un accordo trentennale per la fornitura di tecnologie nucleari all’Arabia Saudita, ovvero al regno arabo capofila delle nazioni sunnite nemiche della Repubblica Islamica. Un paradosso non da poco. Anche perché il principe ereditario Mohammad Bin Salman ha sempre detto di esser pronto a rispondere alla pari ad un eventuale escalation nucleare iraniana. “Se loro (gli iraniani, ndr) ne avranno una, anche noi dovremo averne una”, ha dichiarato nel 2018 e ripetuto in un’intervista del 2023. Ora quell’escalation sembra ad un passo. In Iran numerosi esponenti del regime ancor più estremista succeduto alla Suprema Guida Ali Khamenei suggeriscono di percorrere la medesima strada seguita dalla Corea del Nord ovvero cancellare definitivamente gli accordi con l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e procedere alla produzione della prima testata nucleare. A rendere il tutto più preoccupante contribuisce la mancanza di controlli previsti dall’intesa con i sauditi siglata dal Presidente americano.
L’accordo, pur imponendo al regno saudita di comprare tecnologia nucleare prodotta negli Stati Uniti, non prevede l’entrata in gioco dell’Aiea per verificare che l’uranio arricchito, il plutonio e le altre tecnologie comprate dagli Usa vengano usati solo per scopi civili. Il regno non è neppure tenuto a firmare quegli accordi standard con l’Aiea conosciuti come “protocollo addizionale” firmati dalla maggior parte dei paesi avvicinatisi negli anni alla tecnologia nucleare. Un protocollo accettato, nel 2009, dagli Emirati Arabi in occasione della firma di un accordo con gli Stati Uniti molto simile a quello concordato con i sauditi. Il rifiuto di sottoporsi ai controlli dell’Aiea viene giustificato dai sauditi con la necessità d’impedire eventuali visite degli ispettori dell’Aiea nella città santa della Mecca o negli altri luoghi sacri del Paese inaccessibili per i cosiddetti “infedeli”. Ma proprio l’accettazione di questo fanatismo religioso preoccupa molti esponenti democratici e repubblicani del Congresso Usa chiamati, nelle prossime settimane, ad approvare l’intesa. La possibilità di un veto all’iniziativa presidenziale resta tuttavia remota in quanto richiederebbe una mozione unitaria votata da due terzi dell’aula.
Una preoccupazione ancor maggiore si respira in Israele. Il governo Netanyahu, dopo i ripetuti scorni subiti negli ultimi mesi dall’Amministrazione Trump, si ritrova per la prima volta a confrontarsi con la possibilità che una nazione araba, per quanto non ostile, possa schierare l’arma nucleare. Ad urtare ancor di più la suscettibilità dell’esecutivo israeliano s’aggiunge lo stravolgimento di un’intesa, abbozzata durante l’amministrazione di Joe Biden. Un’intesa che pur prevedendo le forniture americane, le inseriva nell’ambito più ampio degli accordi di Abramo e del riconoscimento di Israele da parte dei sauditi. Accordi e riconoscimenti dissoltisi dopo le stragi del 7 ottobre e l’assalto israeliano a Gaza. Nel frattempo non si è dissolto, invece, l’interesse della Casa Bianca per i benefici economici e finanziari dell’accordo. Le forniture previste dall’intesa garantiranno, infatti, entrate miliardarie alla Westinghouse ed alle altre aziende americane capofila del settore nucleare.
