Linea gotica in frantumi Tre positivi a Palermo E adesso il Sud ha paura

La comitiva era partita da Bergamo ed era ospite nello stesso hotel. Via ai controlli

La speranza che bastassero i chilometri e il mare a tenere lontano il Mezzogiorno da questo disastro non aveva, a ben vedere, fondamento né logico né scientifico. E così quando alle 14,30 di lunedì Palermo entra ufficialmente nella mappa dei territori contagiati dal coronavirus, a venire travolta è solo un'illusione. A indossare la poco ambita maglia del Paziente Uno in terra di Sicilia è una signora bergamasca, in gita con i suoi compaesani. La malattia l'ha sicuramente incrociata al nord, e ora si dovrà capire come e quando. Ma l'ha portata al sud come avrebbe potuto portarla chiunque altro, meridionale o settentrionale, italiano o straniero. Perché nell'Italia dei grandi spostamenti era fantascienza che si potessero impiantare argini invalicabili. Tant'è vero che nelle stesse ore in Sicilia scatta un altro allarme, e questa volta è centrato su un carabiniere di stanza ad Agrigento che era salito nel Lodigiano a incontrare i parenti emigrati. Risultato: chiuso in caserma, lui e i suoi compagni di stanza, in attesa delle analisi.

Analisi che invece ci sono già, ed inequivocabili, per la turista lombarda che in queste ore è ricoverata al Cervello, l'ospedale principale del capoluogo siciliano. Ha sessantasei anni, viene dalla Val Seriana, era arrivata a Palermo con un volo da Orio al Serio il 21 febbraio con altri ventinove turisti della Bergamasca: dove, peraltro, un focolaio è già presente e individuato, con un decesso nell'ospedale di Alzano e diversi infetti, tra cui un primario ospedaliero e due studenti bloccati a Innsbruck dove erano in gita. A Palermo la comitiva era tutta ospite del medesimo hotel, ed è in albergo che la donna ha avvertito i primi sintomi e ha chiamato il 112. Ora è ricoverata, sta bene, serena. I suoi compagni di viaggio, marito compreso, sono bloccati e isolati nelle stanze dell'albergo in attesa dei risultati delle analisi. Oltre a lei e al marito positivo anche un altro gitante.

Ma basta questo singolo e (per ora) circoscritto allarme a rompere l'incanto, mettendo davanti Palermo alla realtà che il nord sta vivendo ormai da tre giorni. La reazione non si fa attendere: il pronto soccorso del «Cervello», in genere affollato di pazienti in attesa di essere visitati, si presenta ieri mattina semideserto: meglio tenersi i propri malanni che incrociare il grande malanno nazionale. E insieme alla tranquillità dei palermitani va in frantumi l'utopia coltivata nei giorni scorsi di un Sud zona franca dal contagio, l'utopia che aveva portato qua e là a varare provvedimenti surreali, come il divieto di sbarco ad Ischia o la chiusura delle frontiere tra il Molise e il resto del mondo. Governo nazionale e protezione civile, d'altronde, non si erano mai fatti illusioni sulla possibilità di bloccare sulla linea gotica l'avanzata del coronavirus. Al massimo speravano che l'allarme al sud scattasse un po' più tardi, in modo da approntare anche nel meridione una struttura di contenimento.

Il problema con cui Conte e Borrelli avrebbero volentieri rinviato l'appuntamento è costituito dalla capacità della sanità pubblica di alcune zone del sud di fare i conti con una emergenza che sta già mettendo a dura prova le due regioni più solide - da questo punto di vista - del paese, Lombardia e Veneto. Fin quando il numero dei contagi rimane circoscritto, la Regione Sicilia non dubita della tenuta del sistema: "Ringrazio tutti gli operatori perché la macchina sanitaria regionale si è mossa con prontezza - assicura il presidente Nello Musumeci - e ha dimostrato di essere pienamente allertata. Ma se la macchia dei contagi dovesse allargarsi e la caccia al tampone diventare frenetica, le certezze inizierebbero fatalmente a vacillare.

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