Dalla Lombardia all'Irak, arruola la famiglia

nell'Isis Il marocchino jihadista viveva in una casa popolare. In un video anche il figlio di 10 anni

Luca Fazzo

Milano Ci sono due Ahmed, in questa storia. Uno è un operaio che fino a tre anni fa vive a Bresso, a Milano, in una casa popolare con la moglie e i due figli, permesso di soggiorno, lavoro in regola. Poca moschea, niente caffetani. L'altro Ahmed oggi è da qualche parte in Iraq, la barba fino al petto, la fascia nera intorno alla testa, lo sguardo nel vuoto, che in un video inneggia alle immagini di morte che intanto scorrono, le stragi di Parigi, «prego Allah di accogliere questi martiri». È lo stesso uomo, si chiama Ahmed Takoul. In mezzo, tra i due Ahmed, tre anni misteriosi. Gli anni in cui l'operaio Ahmed, in silenzio, giorno dopo giorno, si trasforma in guerrigliero di Allah, pronto a uccidere e a morire, e nel frattempo pronto a partire per il Califfato, trascinandosi dietro la moglie e i due figli; il più piccolo appare ora, dopo di lui, nel video, nell'abbigliamento ormai consueto da martire bambino.

Ieri contro Ahmed Taskour, nato 47 anni fa in Marocco, viene spiccato dai giudici di Milano un mandato di cattura che non verrà mai eseguito, a meno che non cerchi di rientrare in Italia o in Europa. E dalle terre del Califfato, si sa, non si torna facilmente indietro. Ma la sua storia, nei brandelli che affiorano, è istruttiva. Perché il profilo di Taskour non assomiglia affatto al percorso degli altri foreign fighters partiti dall'Italia verso il Califfato. Non è un fanatico da moschea o un predicatore da social network. Certo - raccontano ora i vicini di casa, moglie e figlie dovevano girare col velo. Ma Ahmed è un uomo qualunque: fino al Natale 2014, quando si fa anticipare la liquidazione, chiede un prestito a una finanziaria, e con moglie e figli parte per il fronte contro gli infedeli. Detta così sembrerebbe la storia di un lupo solitario, un fedele che compie da solo il suo salto di qualità. Ma non è così, e la storia di Ahmed - per come il Giornale l'ha ricostruita - è invece il racconto di un altra faccia della propaganda terrorista in Italia: quella che raccoglie guerriglieri fuori dai circuiti ufficiali delle moschee radicali, fuori dai gruppi che si esaltano reciprocamente su Internet. I reclutatori vanno a cercare martiri nell'oceano degli Ahmed qualunque. Il reclutatore di Ahmed è un nome importante. Si chiama Salim Bashir, è nato nel 1987 in Galilea, ed è arrivato a Milano a poco più di vent'anni. È un reduce della seconda intifada, quella del 2000. Odia Israele. E a Milano - dove prende casa in via Michetti, alla Bovisa - si dà da fare, fino a quando finisce nel mirino del Sisde. Nel settembre 2013 viene espulso dall'Italia. Il 20 gennaio 2015 lo Shin Bet, il servizio segreto israeliano annuncia il suo arresto come membro di una cellula terrorista, l'unica cellula dell'Isis attiva in Israele. Gente, dice lo Shin Bet, che macellando animali si allena macellando animali a macellare gli infedeli. Negli anni del suo soggiorno milanese, l'araboisraeliano Bashir tesse la sua rete di relazioni. Della rete, dicono le indagini della Digos, faceva parte anche Ahmed Tarkoul, il tranquillo operaio di Bresso. Come siano entrati in contatto non si sa. Ma è Bashir a portare Tarkoul sulla strada del terrorismo. E l'ipotesi è che sia proprio l'espulsione dall'Italia del suo giovane maestro a spingere Tarkoul a rompere gli indugi e a prepararsi per partire: un po' per rabbia, un po' per il timore di essere a sua volta «bruciato». Ora lui. Ahmed, è chissà dove nelle terre del Califfato. E insieme a lui c'è suo figlio, il piccolo Abderrahamane, che nel video annuncia con voce di bambino: «Per voi, crociati, questo è solo l'inizio».

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