L'uomo che parla ai bianchi ma conquista neri e latinos

Ecco perché il "tycoon" non solo non è affatto fascista ma ha convinto le minoranze

L'uomo che parla ai bianchi ma conquista neri e latinos

Seguendo l'evoluzione degli Stati Uniti da un quarto di secolo, ho assistito a un drammatico ricambio etnico che ha modificato le caratteristiche faticosamente raggiunte nel secolo passato. C'è stata l'ispanizzazione compatta di una parte del Sud degli Stati Uniti attraverso il contatto con il Messico e le minoranze cubane della Florida; e c'è stata una immigrazione quasi invisibile di origine asiatica. Gli immigrati asiatici, specialmente indiani, vietnamiti, sudcoreani e cinesi della nuova ondata migratoria, hanno occupato le scuole e le università. Le hanno occupate con una ferrea politica familiare che costringe gli studenti a lavorare almeno dieci ore al giorno, oltre quelle passate a scuola. Con un alto quoziente d'intelligenza e una disciplina matriarcale durissima, gli studenti che vengono dall'Est conquistano la maggior parte delle borse di studio e dei posti disponibili nelle università pubbliche. Questo cambiamento nella scuola ha imposto a tutte le scuole, pubbliche e private, di elevare lo standard culturale, specialmente per quanto riguarda la matematica, la chimica, la fisica e lo studio approfondito della lingua inglese. Questo mutamento ha avuto una conseguenza drammatica proprio negli anni del primo presidente nero degli Stati Uniti.

Gli afroamericani sono stati ghettizzati - o autoghettizzati - molto più di prima e soltanto una piccola minoranza di studenti neri è stata in grado di affrontare la sfida di scuole sempre più difficili. La crescente emarginazione nera è stata la carta su cui ha puntato Hillary Clinton, che ha ricevuto dal presidente Obama un vero endorsement politico per raccogliere la maggior parte dei voti dei neri. Ciò è provato dal fatto che Hillary durante le primarie e i caucus ha preso più voti neri di quanti ne avesse presi quattro anni fa il presidente Obama. Ed è probabile che la grande maggioranza del voto nero vada alla democratica Clinton piuttosto che a Trump. Ma lo spostamento e la compressione di fattori etnici (ispanici e orientali) ha generato le condizioni per cui Donald Trump ha avuto finora un clamoroso successo.

PERCHÉ PIACE ALLA GENTE CHE NON PIACE

Il personaggio che ha incarnato sul podio, il suo linguaggio esplicito e provocatorio, la sua capacità affabulatoria che diffonde una sorta di suono ipnotico a prescindere dai significati, sono indici della spaccatura interna nella popolazione americana. «The Donald», senza dirlo esplicitamente, parla a una maggioranza bianca prevalentemente maschile e non giovanissima. Una maggioranza arrabbiata con il governo e la sua burocrazia, una maggioranza che vede i salari legali ridotti a causa dei salari illegali pagati in nero con la connivenza delle autorità che cercano di non vedere, non sapere, non agire per non innescare proteste sociali molto gravi.

Si è fatto un paragone sociale fra l'elettorato di Trump in America e quello che nel Regno Unito ha portato gli inglesi alla Brexit. In entrambi i casi la massa elettorale sarebbe composta da adulti delusi che si sentono tagliati fuori dalle politiche ispirate all'ipocrisia del politicamente corretto. Negli Stati Uniti in questo 2016 si assiste davvero a una quantità di fenomeni che non rientrano nella tradizione e nella storia degli Stati Uniti e che hanno - tutti - un carattere disgregante. L'esempio più evidente è la scrematura che ha compiuto il «socialista» Bernie Sanders puntando su un elettorato giovane, bianco e colto. Sanders è discendente di una famiglia di immigrati ebrei ucraini e si ispira a un modello più anglo-canadese che americano. Un modello che piace all'intellighenzia delle università e delle aree urbane molto alfabetizzate che sono da sempre feudi della sinistra americana: gli Stati Uniti sono l'unico Paese al mondo in cui circa l'ottanta per cento del personale insegnante nelle università, sia di materie scientifiche che umane, si dichiara esplicitamente marxista. Tutti i maggiori giornali americani - Wall Street Journal ma anche New York Times - hanno descritto lo stato di clandestinità intellettuale in cui si trovano i docenti repubblicani o genericamente di destra, rifiutati con schifo dagli establishment universitari, giornalistici e culturali.

In Europa, e anche in Italia, si va per le spicce, come ha fatto Sergio Staino, nuovo direttore dell'Unità, che ha spiegato in una vignetta come il passaggio da Trump alla croce uncinata del nazismo sia inevitabile e brevissimo. Si tratta di una pura sciocchezza dovuta alla continua ricerca di scorciatoie e semplificazioni per spiegare fenomeni nuovi e complessi da analizzare. In realtà non c'è proprio niente di «fascista» nella persona, nella storia e nel comportamento di Donald Trump. Il quale è un assertore assoluto della creatività del capitalismo indipendente. Per temperamento, gli piace fare il padreterno che crea l'universo ma lascia agli assistenti la cura dei dettagli.

Ma, per tornare alla questione razziale, si legge dai sondaggi di giugno 2016 che esiste una consistente quota di elettori neri pronta a votarlo perché si sente ai margini della società e di questa emarginazione dà la colpa agli immigrati clandestini che sconvolgono il mercato del lavoro. Anche un'inattesa minoranza ispanica sostiene Trump contro l'ingresso incontrollato di nuovi messicani e cubani, vissuti come una minaccia all'equilibrio sociale. Senza contare che la recente apertura alla Cuba dei fratelli Castro ha messo in grande allarme e di pessimo umore la comunità cubano-americana formata da profughi fuggiti nell'arco di mezzo secolo dal regime comunista. In Florida è avvenuto un fenomeno inatteso: Trump lo scozzese, l'americano del Nord, ha ricevuto una valanga di voti durante le primarie dai cubani, che lo hanno preferito al senatore Marco Rubio.

Questo amplissimo consenso nei suoi confronti da parte di una comunità di lingua spagnola dimostra che il presunto candidato repubblicano non è vissuto come un razzista nei confronti dei latinos. Che però ce l'abbia con i messicani è un dato di fatto. A giugno è stato accusato di razzismo nei confronti di un giudice americano di nome e di origine messicana. Fu un passo falso, ma lo giustificò col solito candore: «Questo giudice fa parte di un'associazione di messicani che vuole reagire con rabbia agli americani. È inevitabile che la sua radice culturale e linguistica faccia di lui un magistrato inaffidabile».

(4. Continua)

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