Qualcuno si è meravigliato? Non so voi, io no. A Roma un ragazzo di tredici anni ha accoltellato la sua professoressa di lettere. Per ucciderla: tre colpi al fianco con un pugnale da venti centimetri, dopo lo spray al peperoncino in faccia. Senza dire una parola. In testa aveva un casco con il telefonino, per mandare in diretta social la sua azione di giustiziere dei brutti voti. Il suo profilo era seguito da quattro contatti. L’insegnante, 66 anni, a un passo dalla pensione, è stata salvata da un compagno di classe, un ragazzino di origine congolese (ciò che stavolta si può dire) che vive in una casa famiglia.
Tutto è «normale», per l’abitudine che abbiamo fatto alla sequenza ormai canonica: il coltello a scuola, la pianificazione perfetta, la diretta web, il perdono della docente. A marzo era successo dalle mie parti, nel Bergamasco: stessa età, stesso copione. Solo una cosa stavolta mi è sembrata una perla rara: una professoressa che dà ancora cattivi voti, costringendo il giovane a rimediare e rubando così tempo prezioso alle sue razzie filmiche su internet. «Ho avuto paura di morire», ha raccontato lei. Poi, a poche ore dai punti di sutura, le hanno messo davanti un microfono per la domanda di rito: lo perdona? «Assolutamente sì. L’ho già perdonato». Gli vuole bene, vorrebbe abbracciarlo. Tanto di cappello: la signora ha un cuore grande, e ha rischiato la vita per fare quello che i genitori non sanno più fare. Dare un brutto voto, cioè un giudizio. Mi chiedo solo: che bisogno c’è, nei tg e nelle notizie che invadono i telefonini, di mettere insieme nello stesso istante, come per un riflesso pavloviano, delitto e perdono? Che bisogno c’è? Non è educativo. Tutti applaudono, e nessuno ci crede.
Perdoni multipli In Italia quel tredicenne è già perdonato a priori dalla legge, che fa scattare la responsabilità penale al compimento dei 14 anni. I ragazzini lo sanno benissimo: quello di Bergamo lo aveva scritto su Telegram prima di colpire, che non avendo ancora quattordici anni nessuno poteva processarlo né incarcerarlo. Sopra l’assoluzione preventiva dello Stato cala quella in diretta tv. Così impunità e perdono passano come equivalenti. Invece no. L’ordine è un altro: giudizio, pena, e solo dopo il perdono. Il quale è un fatto extracurricolare, per così dire: personale, non sociale. Appartiene al cuore della signora, non al codice e nemmeno al telegiornale. Lei può perdonare, e le fa onore. Suo marito, fuori dall’ospedale, ha detto l’opposto: spera che mettano in galera lui e i genitori. Sentimenti privati, l’uno e l’altro. Lo Stato non ha sentimenti: deve giudicare, e non giudica. Questo insieme di perdoni multipli non insegna nulla a nessuno. Non è educativo, ripeto.
Tanto più che questi ragazzi sono impermeabili a qualsiasi idea del bene e del male che non sia la gloria social, dove passa per eroica la violenza sul debole, la crudeltà goduta. Il criterio per accostarsi a un fatto è se sia filmabile. Se lo Stato rinuncia al suo giudizio, resta solo quello dei clic. Infatti il ragazzo che ha fermato il coltello, lo so che è un paradosso, a essere lodato rischia: i maranza lo tratteranno da infame delatore. A questo siamo.
Pari egoismo Di solito si dà la colpa ai padri, che non ci sono più. Mancano da una vita, e io sono stato un protagonista di questa fuga verso altri doveri. Il problema è che adesso mancano anche le madri. Si lavora in due a tempo pieno, spesso per necessità alimentari, lo so. Ma le pari opportunità si sono capovolte in pari egoismo, sono diventate pari opportunità nel non educare, nel delegare tutto a una scuola dove insegnanti anche in gambissima sono scaraventati ai margini delle coscienze da quel mostro dominatore che sono i social. Crediamo i figli al sicuro perché stanno chiusi in camera loro. Invece li abbiamo abbandonati lì, soli, al liquame social. La professoressa dice che i genitori di quel ragazzo vivono per lui. Non ne dubito, e non è bastato. Inconsapevoli, come quasi tutti noi. A proposito, vorrei si cominciasse sul serio ad anticipare per legge l’età della punibilità, almeno a 13 anni, con le ovvie garanzie dovute ai minori. Una proposta c’è già, di Forza Italia. Il Pd l’ha liquidata come «scorciatoia propagandistica». Propaganda? Nel 2025 su Netflix è uscito «Adolescence»: l’omicida ha 13 anni, viene arrestato e processato. Non nello Stato della Cayenna, ma nella civilissima Inghilterra, dove alla legge si risponde dai dieci anni, e nessuno si è dichiarato orripilato di questo trattamento. Diamo tutte le opportunità ai ragazzi col coltello. Ma prima dev’esserci un giudizio, una pena, insieme all’affetto e alla rieducazione che sono mancati e mancherebbero se il sangue versato si trasformasse per lui in panna montata.
