La Corte europea dei diritti dell'uomo condanna l'Italia per la gestione di un caso di violenza domestica e censura senza mezzi termini l'operato della magistratura, giudicando inefficace sia l'inchiesta penale sia il procedimento civile. Ma il passaggio più duro della sentenza riguarda le motivazioni con cui, nel novembre 2021, una pm della Procura di Benevento aveva chiesto l'archiviazione dell'indagine: secondo i giudici di Strasburgo, quelle argomentazioni erano fondate su una visione "sessista e stereotipata" dei rapporti tra uomini e donne.
Il procedimento nasce dalla denuncia presentata da Audrey Ubeda, cittadina francese residente in Italia, che aveva accusato l'allora compagno di ripetute violenze nei confronti suoi e dei due figli. La Corte ha stabilito che le autorità italiane non hanno garantito un'indagine tempestiva, approfondita ed efficace, come richiesto dalla Cedu, e che l'intera vicenda è stata affrontata senza cogliere la specificità delle dinamiche proprie della violenza domestica.
Nel mirino dei giudici finisce soprattutto la richiesta di archiviazione depositata nel 2021. In quell'atto un episodio nel quale l'uomo avrebbe puntato un coltello alla gola della compagna veniva ricondotto a uno "scherzo di cattivo gusto". Inoltre si sosteneva che fosse difficile dimostrare l'assenza di consenso a un rapporto sessuale, richiamando stereotipi sul comportamento femminile che, secondo la Cedu, sono incompatibili con gli standard imposti dalla Convenzione.
La sentenza richiama anche le osservazioni del Grevio, l'organismo del Consiglio d'Europa che vigila sull'applicazione della Convenzione di Istanbul, secondo il quale simili pregiudizi possono trasformarsi in una forma di "vittimizzazione secondaria", aggravando il trauma delle donne che denunciano maltrattamenti.
La richiesta di archiviazione venne successivamente respinta dal giudice per le indagini preliminari, che dispose ulteriori accertamenti. Il fascicolo passò a un'altra pubblico ministero e arrivò al processo. In primo grado l'ex compagno della donna è stato condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione. Attualmente è in libertà in attesa del giudizio d'appello, mentre il Tribunale per i minorenni di Napoli gli ha revocato la responsabilità genitoriale sui due figli. La Corte europea ha criticato anche la risposta della giustizia civile, osservando che sono trascorsi oltre tre anni prima della revoca della responsabilità genitoriale e che le accuse di violenza non sono state adeguatamente considerate durante il procedimento.
Per queste violazioni l'Italia dovrà risarcire Audrey Ubeda e ciascuno dei due figli con 15mila euro per danni morali, oltre a versare complessivamente altri 15mila euro per le spese legali. "Per me è una svolta, un nuovo inizio, mi sento come una Fenice che rinasce dalle ceneri. Ma la soddisfazione maggiore è aver vinto una battaglia in nome di tutte le donne, affinché mai più si ripeta un caso come quello che aveva sconvolto la mia vita", le parole di Audrey, 42 anni, che vive nel Salernitano con i figli di 15 e 12 anni dopo aver trascorso un periodo in una comunità protetta.
Pur denunciando l'assenza di misure che impediscano all'ex compagno di avvicinarla, la donna dice di non aver perso fiducia nella magistratura italiana: ricorda il lavoro svolto dalla pm Marina Colucci, subentrata nelle indagini dopo la bocciatura della richiesta di archiviazione, e annuncia che destinerà una parte del risarcimento riconosciuto dalla Corte a un'associazione che l'ha sostenuta durante il percorso.