Le Regioni ora arruolano i laboratori privati. "Ma per i test di massa ci vorrebbero anni"

La Health Care: "Numeri impossibili. Arriverà prima il vaccino". Il virologo Broccolo: "Si faccia per aree critiche: a Bergamo si potevano salvare molte vite"

La corsa al tampone. E la guerra al pregiudizio. Perché nella sfida al coronavirus diventa decisivo il ricorso alle strutture private in grado di dirimere il quesito che angoscia ogni italiano: positivo o negativo? Per ora, come sottolineava Luca Ricolfi sul Messaggero qualche giorno fa, si è andati avanti in regime di monopolio pubblico. E questo per consolidati tabù di marca statalista. Ma così, in poco meno di un mese, si è arrivati a quota 148.657. Tanti. Ma pochi rispetto alle esigenze. Una goccia nel mare. Al massimo diecimila al giorno, non di più. E allora le Regioni, attraverso i loro organismi territoriali, hanno cominciato a bussare ai laboratori sul mercato. Che valgono altri 5 mila test con cadenza quotidiana.

Screening di massa, come ventilato dai giornali, sono in realtà impensabili. Fiction, lontanissime dalla realtà. «Noi - spiega Stefano Massaro, amministratore delegato di Cerba Health Care, uno dei principali player del settore - abbiamo una potenza di fuoco di circa 400 esami al giorno, da affidare ai nostri biologi molecolari. E aggiungo che siamo stati contattati dall'Agenzia di Tutela della Salute di Milano. Siamo disponibili, a maggior ragione in un momento drammatico come questo. Ci sono alcuni problemi logistici e di sicurezza da superare, chiamiamoli così, perché bisogna mandare in giro gli infermieri e munirli di dispositivi di protezione adeguati alla sfida, ma credo che si possa fare».

Il problema è dove si può e si vuole arrivare: ci sono migliaia di potenziali «untori», insomma portatori inconsapevoli del virus, che possono infettare molte altre persone. Come individuarli?

«Anche immaginando un impegno di tutte le realtà private presenti nel nostro Paese - prosegue Massaro - i numeri restano modesti rispetto alla popolazione complessiva. Possiamo arrivare a 20 mila tamponi ogni 24 ore, facciamo pure 30 mila, ma con questa progressione il censimento del 70 per cento degli italiani, obiettivo degli epidemiologi, resta lontanissimo. Anni e anni». Morale: arriverà prima il vaccino. «Ma il moltiplicarsi delle forze in campo - afferma Francesco Broccolo, virologo, professore alla Bicocca e volto televisivo di questa emergenza - è fondamentale non per fantomatiche mappature dell'Italia intera, ma per studiare alcune situazioni e aree critiche. Ci sono migliaia di persone chiuse in casa per una sospetto coronavirus, ma la quarantena va avanti, fra dubbi e paure, senza tampone. E senza certezze: il paziente tossisce e magari ha la febbre, ma potrebbe avere una banale influenza o altro. Peró non ci sono le forze in campo per venire a capo del rebus che serpeggia inquietante in migliaia di case». Non solo. «Ci sono - aggiunge il professor Broccolo - aree rosse circoscritte in cui si puó procedere con l'esame di massa». Se questi test fossero stati fatti in alcuni comuni della Bergamasca, oggi flagellati dalla malattia, forse avremmo meno malati e meno lutti. Come è accaduto in un altro focolaio, peraltro piccolissimo, quello di Vò in Veneto.

E ancora, il Veneto di Luca Zaia indica il tampone a strascico per alcune categorie a rischio: medici, infermieri, poliziotti. Si può fare. Senza promettere traguardi da fantascienza. I risultati avrebbero subito importanti ricadute per il contenimento del nemico che rischia di dilagare. Basta attrezzarsi e far saltare, come tappi di bottiglia, schemi ideologici duri a morire.

Il prezzo? I privati sono pronti ad allinearsi al pubblico, con margini di guadagno risicatissimi. Anzi, vicini allo zero. Lo Stato spenderebbe fra i 50 e i 60 euro a test. «Ma se il Paese chiama - è il congedo di Massaro - non possiamo dire di no. E siamo pronti a collaborare».

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