Un budget per la difesa da record, da oltre 35 miliardi di dollari americani. Oltre il 3% del Pil. Questo è quanto ha dichiarato il governo di Taiwan: «Investire nella difesa significa investire nella pace». Di questi tempi, non tutti sarebbero d’accordo con un’affermazione simile. A livello politico il tema è controverso. Sul piano economico, però, un dato appare sempre più evidente: le maxi commesse per rafforzare la capacità militare stanno diventando uno dei motori degli investimenti e possono sostenere la crescita del Pil nei prossimi anni. Insieme all’intelligenza artificiale e alla transizione energetica, le commesse militari sono stati un enorme catalizzatore di investimenti. Questi grandi trend hanno trainato l’ascesa delle Borse, con i listini di molti mercati finanziari rilevanti che hanno aggiornato i loro record storici nonostante choc a catena: da ultimo una guerra in Iran e la chiusura di Hormuz che in altri tempi avrebbero provocato una crisi energetica devastante, ma che finora hanno portato rincari sui carburanti e in futuro bollette più care, ma senza azzoppare la crescita economica. Del resto, non solo Taiwan spenderà decine di miliardi nel comparto della Difesa, in Europa il piano reArm Eu può muovere fino a 800 miliardi di euro. Ma c’è di più: i Paesi Nato, tra cui c’è anche l’Italia, hanno l’obiettivo ambizioso di raggiungere una spesa per la difesa del 5% sul Pil entro il 2035.
L’industria degli armamenti ha una filiera lunga, fatta di tante imprese che beneficeranno dei massicci investimenti traducendoli in posti di lavoro e Pil. Un recente studio del Fondo monetario internazionale stima che un aumento della spesa per la difesa pari all’1% del Pil possa generare, nell’arco di due anni, fino all’1,9% di Pil aggiuntivo cumulato. E può essere una risposta anche ad alcuni problemi economici incalzanti. In Germania ne sanno qualcosa con la crisi dell’automotive che ha portato la forza lavoro indietro di vent’anni. Pierburg, società del gruppo Rheinmetall, ha convertito il suo stabilimento di Berlino che produceva componentistica automotive, alla realizzazione di proiettili d’artiglieria permettendo così di salvare 300 posti di lavoro. Volkswagen ha presentato due nuovi veicoli militari e sta pensando di realizzarli nel suo stabilimento di Osnabrück, dove la produzione della T-Roc Cabriolet dovrebbe terminare nel 2027. In questo caso, la produzione di mezzi militari potrebbe servire a mantenere i 2.300 lavoratori occupati. Rolls Royce, in Gran Bretagna, sta raddoppiando la capacità produttiva del sito nucleare di Raynesway, per realizzare reattori per i sottomarini britannici e australiani. Renault, in Francia, nello stabilimento di Le Mans assemblerà i droni del progetto Chorus, sviluppato con la società francese Turgis Gaillard.
La speranza è che, alla fine, tutto sia proprio come dicono a Taiwan: investire in armi, affinché qualcun altro rinunci ad usare le sue.
