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Sigfrido il moralista. Si crede necessario ma rappresenta solo l'italiano qualunque

Alla Garbatella era "Lello". Da principe dell'inchiesta a macchietta alla Sordi

Sigfrido il moralista. Si crede necessario ma rappresenta solo l'italiano qualunque

Alla Garbatella, da ragazzo, lo chiamavano Lello. Sigfrido era complicato da pronunciare, troppo norreno, troppo anello dei nibelunghi, con il dubbio che qualcuno potesse insaponargli la faccia con un "ma chi te credi de esse". È l'eredità di un nonno wagneriano che sognava una Roma titanica e torrenziale e un padre tutto d'un pezzo brigadiere della finanza. "Sono cresciuto - racconterà - con alcune idee vicine alla destra legalitaria". C'è un momento, in ogni ritratto, in cui la maschera scivola e sotto non compare né l'eroe né il mostro, ma un italiano. Uno qualunque. Uno di quelli che Alberto Sordi ha catalogato per trent'anni con una crudeltà che sembrava affetto. Sigfrido Ranucci ci arriva quando deve spiegare come mai avesse in rubrica il numero di Valter Lavitola, e risponde che quel numero sta nelle agendine di tutti i direttori dei giornali italiani, che in quel ristorante ci vanno tutti. È la frase più sincera, e più rivelatrice, che gli sia mai uscita di bocca. Non è la difesa di un giacobino. È la difesa di un italiano.

Sigfrido agli occhi del suo pubblico ricorda un po' il protagonista di Il moralista, con la faccia appunto di Sordi. Agostino, questo il suo nome, è il segretario generale di un centro della moralità pubblica. Non ha un potere istituzionale, ma si comporta come se lo avesse e vive di una certezza: il mondo ha bisogno di essere corretto. Gli altri sbagliano, cedono, si perdono, ma lui no: lui vigila, controlla, sorveglia. Questa però è solo la maschera pubblica di Ranucci. Non è lui. È come si racconta in tv. È lo specchio del suo egocentrismo. Sigfrido per fortuna non è Agostino, perché se si gratta, sotto la vernice del contropotere, non compare Robespierre. Compare la Prima Repubblica.

Le prove le ha fornite lui. Nella lunga intervista al Foglio di Salvatore Merlo, Ranucci si autodefinisce "cattocomunista" e racconta che l'unica tessera di partito che ha avuto è quella della Democrazia cristiana, corrente sbardelliana, gliela fecero da ragazzo e lui, dice, non lo sapeva neppure. Ecco. Il peccato originale italiano non è la tessera che si chiede. È la tessera che arriva da sola, che ti ritrovi in tasca senza sapere come e che comunque non strappi. Racconta che per entrare in Rai ha avuto "la raccomandazione della segretaria di un alto dirigente di viale Mazzini cui davo lezioni di tennis". Era il 1989. Tutti facevano così (chi poteva e conosceva). Italiano medio, italiano qualunque.

Cattocomunista, democristiano, un filo destra dell'ordine, cresciuto alla Garbatella come Giorgia Meloni. Non è un curriculum, è un piatto unico. È la metafisica della Dc: non scegliere mai, contenere tutto, lasciare che siano gli altri a definirti. Ranucci l'ha applicata al giornalismo, ed è il segreto della sua longevità. Non ha una linea, ha una postura. Non ha un'ideologia ma un tono di voce. Poi c'è il capitolo politica, il più istruttivo. Gli offrono di scendere in campo, gli fanno perfino i sondaggi, ventuno domande su un potenziale elettorale che lo vedrebbe leader del campo largo. Lui rifiuta, e va bene. Ma guardiamo come rifiuta. Non dice che la politica è impura, che c'è un muro tra chi controlla e chi è controllato. Dice: "Non mi candido perché se mi eleggono mi tocca finire nella commissione di vigilanza Rai". Una frase che è pure spiritosa. Ma le battute sono l'unico posto dove gli italiani dicono la verità. Tradotta suona così: in Parlamento sarei un peones, e il peones non lo faccio, perché Report, mi spiace per voi, pesa più di un seggio. Non è etica, è aritmetica. È un uomo che conosce il proprio peso specifico e non intende svenderlo per un posto in lista. Solo che è proprio questa la logica del potere, non quella del cane da guardia. E infatti, quando l'amico gli mette davanti la griglia delle domande di quel sondaggio, lui non la respinge con orrore. La corregge. Perché l'italiano non dice mai di no. L'italiano corregge le domande.

Non c'è affatto da stupirsi. In fondo il modello esiste già, e si chiama Giuseppe Conte.

Formazione cattolica, curriculum flessibile, mimetismo assoluto, la moralità come tono di voce e mai come inciampo. Ranucci ne è la versione barricadera, quella con il montaggio nervoso e la musica sotto. Non è un colpevole, è un tipo antropologico. È il nostro. È l'Italia che si indigna di se stessa senza accorgersene.

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