L'ultimo passo verso la libertà Alberto Stasi lo ha fatto nell'ultimo anno e mezzo: quando nella riesplosione mediatica del "caso Garlasco", con la nuova indagine a carico di Andrea Sempio, ha mantenuto la calma, il riserbo, il rispetto per le regole del processo. Nel provvedimento emesso sabato dal tribunale di sorveglianza di Milano, che lo ha fatto uscire definitivamente dal carcere, i giudici gliene danno apertamente atto: "Ha mantenuto coerenza e integrità con equilibrio dell'affrontare l'esecuzione penale anche nell'esposizione mediatica che si è amplificata nell'ultimo periodo, in concomitanza con la riapertura delle indagini sull'omicidio di Chiara Poggi. Stasi ha sempre mantenuto un profilo basso".
È stato, scrive il tribunale, l'approdo di un percorso costante, compiuto durante tutti i dieci anni e mezzo passati da Stasi nel penitenziario di Bollate: un periodo interminabile, durante il quale da una parte non ha rinunciato un solo giorno a proclamarsi innocente, dall'altra ha affrontato il trattamento rieducativo e psicologico come tutti i condannati. Il suo dolore per la morte di Chiara è apparso sincero agli educatori. E il decreto rivela che da quando ha potuto iniziare a lavorare all'esterno del carcere, con il suo stipendio ha continuato a versare ai Poggi le rate del risarcimento cui è stato condannato quando - dopo due assoluzioni - venne dichiarato colpevole. La semilibertà ha anche "migliorato l'umore" , "è apparso più aperto": "nonostante - passaggio importante - la sua innata tendenza al controllo e gestione del proprio mondo emotivo, che a tratti ha rappresentato un ostacolo per il rischio di essere frainteso".
I giudici riconoscono a Stasi "un comportamento in linea con l'accettazione della condanna che ha compensato l'impossibilità di accedere ad un percorso di rielaborazione del reato e delle responsabilità, stante la sua posizione negatoria. Peraltro Stasi ha sempre manifestato empatia e sofferenza verso la parte offesa". Ancora: "L'equipe del carcere evidenza la capacità del condannato di accettare una condanna che ritiene ingiusta (senza però vivere l'istituzione come nemica) e dall'altro di riuscire a comprendere la gravità del reato in sé, che lo pone in un'ambivalente posizione di reo-vittima (se si considera che la parte offesa era la sua fidanzata)". Una lettura, questa di Stasi "vittima", quasi inedita. Ma che prende forza dalla possibilità - cui il tribunale accenna ripetutamente - che le nuove indagini riconoscano la sua innocenza. Anche se Alberto "sta mantenendo una evidente lucidità rispetto ai suoi sviluppi futuri", e "ha dimostrato equilibrio e doti di resilienza nel fronteggiare l'emotività che ha certamente provocato la riapertura dell'indagine".L'ordinanza dà atto all'ex bocconiano di avere reagito correttamente alla pressione mediatica eccezionale e del tutto inusitata, "mettendo in atto strategie di evitamento dei giornalisti che hanno messo in atto veri e propri appostamenti. Pressione, peraltro, destinata a continuare: anche perchè da oggi Stasi non ha più alcun divieto di parlare con i giornalisti.
I suoi vincoli sono solo quelli di tutti gli affidati in prova: non uscire di casa tra le 23 e le 6,30, non lasciare la Lombardia, non frequentare pregiudicati o tossicodipendenti. Per il resto è un uomo libero, il suo conto con la giustizia lo ha pagato. Anche se era un conto sbagliato.