Sbiaditi sopra la testata del letto un quadro di Gesù Cristo e uno della Madonna e poco più in là, sull'immancabile comò, una statua di Padre Pio. Fin troppa fede, verrebbe da dire, per chi sembra essersi rassegnato a farsi passare addosso la vita così come viene. Il resto della stanza è fatta di piccoli crateri di vestiti sparsi ovunque e di un legno addomesticato dall'industria, uniforme e senza nodi, nato più dalla pressa che dalla foresta. Niente che sprigioni vita dentro quelle quattro mura, nemmeno la tapparella semi abbassata sulla calura. È lì che sono state trovate le due sorelle, Sarah e Alisya, scomparse dalla casa famiglia di Civitella Alfedena ed è da lì che non avevano fretta di uscire dopo che ce le aveva sistemate la madre. Eppure ci sono rimaste murate dalla volontà altrui, con l'unica concessione dell'incessante compagnia della tv. Davanti alle immagini della liberazione delle ragazzine da parte dei carabinieri, il procuratore della Repubblica di Sulmona, Luciano D'Angelo, è stato percorso da un brivido: "Quando le abbiamo trovate non hanno fatto salti di gioia, si sono chiuse nella stanza dove avevano vissuto fino ad allora". Sedici e dodici anni già masticati dalla vita e da una genitorialità che il procuratore non ha esitato a definire "malata" perché, a suo avviso, sia il padre che la madre "hanno rinunciato al primo dovere di ognuno di noi che la fortuna e l'onere di diventare genitore: essere portatori di un amore disinteressato e mettere al primo posto l'interesse dei minori". Da quando avevano sei e tre anni non hanno mai avuto qualcuno che si occupasse di loro. E il tempo passa velocemente lento quando nessuno ti insegna che hai diritto a desiderare. Le vite degli altri non sono il ripostiglio di casa nostra, nemmeno se quegli altri li abbiamo partoriti noi. E i genitori di Sarah e Alisya le hanno messe al mondo ma hanno poi impedito loro di iniziare, la più inutile delle torture.
Il padre ha parlato di "dieci anni di battaglie", poi la casa famiglia, l'evasione coatta, il goffo sequestro. E loro mute a chinare le chiome obbedienti. A farsi trasportare, affidare, rinchiudere. Mutilate nella volontà, condannate a un eterno armistizio e ignare di cosa significhi essere nate davvero.