Tutte le spine di Trump Ma la prima sfida è sanare le lotte interne

Il presidente eletto deve sciogliere i nodi della sua squadra e bilanciare falchi e colombe

Tutte le spine di Trump Ma la prima sfida  è sanare le lotte interne

New York Volano i coltelli nella reggia newyorkese di Donald Trump, dove la sua squadra è al lavoro per comporre il risiko delle nomine della nuova amministrazione. All'interno del transition team del presidente eletto è in corso una lotta intestina senza esclusione di colpi, saltano teste e si fatica a trovare la quadratura del cerchio. Figura chiave è Jared Kushner, marito della figlia prediletta del tycoon, Ivanka, ma anche imprenditore di successo con l'ambizione di trovare un posto politico di rilievo. Per lui il neo Commander in Chief - secondo Nbc News - avrebbe già chiesto il nulla osta all'accesso di informazioni top secret, che gli permetterebbe per esempio di avere informazioni sui briefing presidenziali giornalieri. E anche se il re del mattone continua a dire che il processo di transizione procede ed è «molto organizzato», pare che sia stato proprio Kushner a volere l'allontanamento del governatore del New Jersey Chris Christie, spodestato dalla guida della squadra e sostituito dal vice presidente in pectore Mike Pence. Dietro ci sarebbe una vecchia storia: nel 2004, quando Christie era procuratore, aveva perseguito il padre di Jared per evasione fiscale, e ora il «Genero in Chief» vuol fargliela pagare. Sempre lui, poi, sarebbe dietro l'addio di Mike Rogers, ex deputato ed ex chairman del Comitato per l'intelligence della Camera, considerato molto vicino a Christie. Secondo la Cnn, «i dissensi mettono in luce il dilemma a cui The Donald deve far fronte, tra le promesse della campagna elettorale di sconvolgere Washington e la necessità di costruire una squadra esperta». Altro tema di forte contrasto alla Trump Tower è la scelta del nuovo segretario di Stato, dove in pole c'è il fedelissimo ex sindaco di New York Rudy Giuliani. E Trump starebbe anche considerando la nomina dell'ex rivale alle primarie Ted Cruz (che ha visto ieri a Manhattan) come procuratore generale.

Intanto, in campo democratico, proseguono le proteste contro l'elezione del tycoon, ma più che lui, scelto come nuovo presidente al termine di libere elezioni, la vera vittima politica potrebbe essere l'establishment del partito dell'Asinello. L'obiettivo di una parte dei manifestanti sarebbe infatti quello di costruire un «tea party della sinistra»: «Vogliamo sostenere le sfide portate avanti alle primarie contro i dem che negoziano con Trump», ha spiegato Waleed Shahid, veterano della campagna di Bernie Sanders che sta lavorando dal mese di settembre ad un gruppo chiamato «AllofUs», «tutti noi». L'associazione unisce soprattutto appartenenti alle frange ambientaliste e sostenitori del movimento Occupy Wall Street contro l'1% dei ricchi d'America, e si ispira all'approccio dei Tea Party, che hanno sfruttato le primarie repubblicane per canalizzare l'impegno degli insorti contro l'establishment, guidandolo verso l'ala più conservatrice.

Nell'occhio del ciclone finiscono invece, ancora una volta, i manifestanti di Portland, dove si sono verificati numerosi scontri violenti durante le proteste di piazza. Ora emerge che oltre la metà delle persone arrestate nella città dell'Oregon non hanno votato l'8 novembre o non erano neppure registrati alle liste elettorali. Anche il miliardario filantropo George Soros è sceso in campo contro il presidente eletto, organizzando la resistenza insieme ad altri Paperoni liberal con una tre giorni a porte chiuse per valutare le strade con cui combattere il tycoon una volta insediatosi. All'incontro partecipano alcuni politici di spicco, da Nancy Pelosi (che vede in discussione la sua conferma come leader dei dem alla Camera) alla senatrice Elizabeth Warren.

Per la sconfitta Hillary Clinton, invece, arriva una magra consolazione: al momento ha ottenuto oltre un milione di preferenze più di Trump nel voto popolare, grazie a Stati molto popolosi come New York, California e Washington, saldamente in mano all'ex first lady. È soprattutto qui che la Clinton ha guadagnato il vantaggio sui voti, che però non sposterà la situazione dei grandi elettori, decisiva per la vittoria di Trump.

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