Pomigliano, vince la follia di Marchionne

Sergio Marchionne ha vinto con una larga maggioranza il referendum nella sua fabbrica di Pomigliano. Ma l’idea che ci siamo fatti è che sia, senza offesa, un pazzo. Con i suoi virtuosi comportamenti e con la sua attitudine maverick, originale, ha regalato all’Italia un gigantesco passo avanti nella gestione dei rapporti di fabbrica, che con le chiacchiere che si fanno in Confindustria ci sognavamo.
Ma, dicevamo, Marchionne ha una vena di lucida follia che conviene non perdere di vista. 1. Viale Impero a Pomigliano d’Arco ha due parti. Quello della Fiat, dove si pensò di produrre auto. E quello dell’Alenia, dove si immaginò un polo aerospaziale. Il lato sinistro ha smesso da tempo i panni pubblici, è finito in mano ai torinesi e si è ficcato in un settore che più concorrenziale di così non si può: l’auto. Il lato destro ha ancora la zampina pubblica di Finmeccanica dentro e si occupa di affari decisamente protetti dalla concorrenza: parti per aerei militari. Contro qualsiasi intuizione banale e libresca della dottrina economica: il lato che funziona peggio è quello sferzato dalla concorrenza.
Il mercato ha distrutto Pomigliano. È un caso, favoloso, di studio. Un impasto di clientelismo, sopportazione, opportunismo tattico e politico, che ha tenuto per anni in piedi una fabbrica, che non avrebbe retto neanche se trasformasse il piombo in oro. Marchionne ha vinto il referendum con l’applauso degli stessi operai che fino a oggi ne hanno decretato lo stato di coma. A Pomigliano ogni operaio produce più o meno 7 auto l’anno, contro le 100 che fa un suo collega polacco. In Campania le catene girano al 14 per cento della loro possibilità, a Mirafiori o a Melfi al 65 per cento. A Pomigliano la Fiat vuole investire nei prossimi anni 700 milioni, ma solo un paio di anni fa ne ha investiti più di cento per formare i suoi operai. Che più che formarsi un’abilità, una conoscenza, si sono formati l’idea che lavorare con la tuta uguale e bianca fosse antisindacale. A Pomigliano, quando ci sono le elezioni, un operaio su tre è ai seggi, sotto le più disparate forme. E a Pomigliano quando si sciopera, e lo si fa di frequente, gli scioperati tendono a mettersi in malattia non contenti di cornificare il padrone, ma ebbri della voluttà di mazziarlo. In questo ambientino Marchionne è andato a proporre il divieto di sciopero per il sabato sera, a mettere il naso nei certificati medici e robetta simile. E i suoi operai, gli stessi che ieri abusavano dei diritti e dimenticavano i propri doveri, hanno deciso di sottomettersi. Per questo Marchionne è un pazzo. Ha forzato la mano, si è portato a casa una larga maggioranza di sì. Ma adesso rischia di restare vittima delle sue scommesse: lo stabilimento dovrà girare come un gioiellino e il mercato nei prossimi anni dovrà digerirsi un bel numero di Panda. In bocca al lupo.
2. La violenza e la crisi. Ieri il fondo del Manifesto scriveva: «A Pomigliano gli operai della Fiom dicevano che chi difende la Costituzione, ma solo fuori dai cancelli della fabbrica farà una brutta fine (anche meritata)». Chiaro il concetto? Mettete in fila: «brutta fine» e «meritata» e immagino che qualche brivido vi salga su per la schiena.
Brividi che certamente non toccano coloro che per anni hanno teorizzato la follia dei «compagni che sbagliano», ma il tema della violenza rischia di rappresentare una variabile impazzita. Se la vittoria dei sì al referendum si sposta dal piano dell’organizzazione migliore di una fabbrica che deve competere a quello della violazione di un diritto inalienabile dei singoli, si perde il senso di ciò che è avvenuto. Il contratto collettivo nazionale non rappresenta un diritto di libertà: derogarlo non rappresenta una rottura del vivere civile. Rappresenta la fine di un sistema di relazioni sindacali, che però nulla hanno a che vedere con la tutela del singolo. La parte minoritaria del sindacato in queste settimane non ha difeso diritti inalienabili, ma il suo, legittimo, diritto a esistere. Per questo Fiom e Cobas hanno contestato il referendum: in bilico c’era la loro capacità di rappresentanza, non i diritti dei loro rappresentati. Se questa vittoria al referendum sarà vista come una prevaricazione del padrone si rischia di rialimentare quel pozzo buio della violenza, che come al solito si alimenta nella fabbrica, ma si teorizza fuori.
Marchionne ha forzato la mano e lo ha fatto con la lucida follia di chi ha intenzione di rompere un sistema non solo per la sua fabbrica, ma per il prossimo modello di rapporti tra grande impresa e lavoratori.

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