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Previdenza e pensioni

Oltre il conto dell’INPS: quando il riscatto della laurea non taglia davvero i tempi della pensione

Prima di procedere è sempre bene valutare la propria situazione per comprendere se si tratti di un’operazione realmente vantaggiosa

Deve un centesimo all'Inps per un debito del 1993: escluso dagli appalti

L’idea di mettere mano al portafoglio per trasformare gli anni trascorsi sui libri universitari in contributi previdenziali viene spesso vista come una via d’uscita anticipata dal mondo del lavoro: dinanzi a tempi sempre più dilatati per arrivare all’agognata pensione, il riscatto della laurea appare un’ancora di salvezza.

Eppure, la realtà dei fatti è diversa da ciò che ci si attenderebbe: gli anni trascorsi all’università non si trasformano sempre automaticamente in uno sconto temporale sull’età di pensionamento di pari entità. A determinare il conteggio finale sono una serie di elementi che vanno oltre il bonifico fatto all’Istituto nazionale di previdenza sociale, per cui è sempre meglio avere piena consapevolezza di quali si tratta prima di fare il grande passo e restare delusi dal conteggio finale.

Un recente approfondimento pubblicato sul supplemento L’Economia del Corriere della Sera accende i riflettori sui rischi di una valutazione superficiale. Il perimetro del riscatto è rigido: si possono ottenere indietro solo gli anni della durata legale del corso di studi, a patto di aver conseguito il titolo, mentre restano totalmente esclusi quelli da fuori corso, così come i periodi già coperti da altra contribuzione.

Nelle simulazioni proposte dal quotidiano, emergono scenari eterogenei. Se per alcune fasce di lavoratori l’investimento su cinque anni di università riesce a produrre un anticipo persino superiore al quinquennio, complice l’evoluzione nel tempo dei requisiti anagrafici per andare in pensione, in altri casi il beneficio reale si riduce a poche settimane o addirittura si dissolve del tutto. Allora quando conviene davvero procedere col riscatto?

Il vero indice di convenienza risiede nella data del primo versamento contributivo. Per coloro i quali possiedono un profilo previdenziale interamente collocato nel sistema contributivo, con primo accredito successivo al 31 dicembre 1995, si apre la strada della pensione anticipata contributiva. Questa opzione consente teoricamente di lasciare il lavoro a 64 anni, a patto però di rientrare in requisiti stringenti: non è sufficiente l’età anagrafica, bisogna aver accumulato un montante tale da garantire un assegno minimo superiore alle soglie di legge. Per chi gode di una carriera solida e stipendi stabili, questo traguardo non è così complicato, motivo per cui procedere col riscatto può non rivelarsi una soluzione particolarmente fruttuosa. Diverso il discorso per chi fatica a centrare i paletti della pensione anticipata: in queste circostanze comprare gli anni di università diventa uno strumento cruciale per colmare il vuoto contributivo.

Quando il riscatto può diventare controproducente? Il cortocircuito riguarda in particolare chi ha fatto il proprio ingresso nel mercato del lavoro dopo il 1° gennaio 1996, rientrando a pieno titolo nel regime contributivo puro, ma ha frequentato l’ateneo in anni antecedenti a questa data. In questi contesti, l’accredito dei contributi relativi agli studi universitari può retrodatare l’anzianità contributiva a prima del 1996. Questo cambio di “status” trascina automaticamente il lavoratore nel “sistema misto”, facendogli perdere uno dei vantaggi principali previsti per i contributivi puri: la pensione anticipata contributiva, che consente l’uscita a 64 anni d’età con almeno 20 anni di contributi effettivi e un importo soglia minimo.

Il risultato è un vero e proprio paradosso previdenziale: a fronte di un investimento economico talvolta ingente, la data dell’assegno si allontana anziché avvicinarsi. Ovviamente, come detto, ci sono delle variabili di cui tener conto caso per caso, per cui non esiste un conteggio “matematico” valido per tutti per comprendere se la scelta del riscatto convenga o meno: il consiglio è quello di effettuare sempre un’analisi preventiva personalizzata prima di inoltrare l’istanza all’INPS.

Ciò premesso, per riscattare la propria laurea è possibile saldare l’importo sia in un’unica soluzione sia tramite una dilazione fino a un massimo di 120 rate mensili (10 anni) prive di interessi. A rendere interessante il riscatto è la leva fiscale, che permette di recuperare una parte importante dei soldi spesi. Se a pagare è il lavoratore, sia nel riscatto ordinario che in quello agevolato la spesa è interamente deducibile dalle tasse. In parole semplici, l’importo versato all’INPS abbatte il reddito su cui si calcolano le imposte: più lo stipendio è alto, più l’aliquota fiscale cresce e più lo Stato restituisce sotto forma di sconti sulle tasse. Se invece a pagare è un genitore per il figlio che non ha ancora iniziato a lavorare, la legge concede comunque un aiuto, trasformando la spesa in una detrazione fiscale del 19%.

Bisogna però fare attenzione a non cadere in facili entusiasmi. La deduzione non è un rimborso totale e immediato, ma uno sconto proporzionato a quanto si guadagna. Inoltre, il tempo gioca un ruolo fondamentale: rimandare la decisione sperando in tempi migliori può costare caro, perché le tariffe base del riscatto agevolato vengono adeguate ogni anno all’inflazione e al costo della vita, facendo lievitare il conto finale. D’altra parte, anche la fretta è una cattiva consigliera: muoversi senza una simulazione dettagliata della propria situazione previdenziale rischia di trasformare un’opportunità in un errore molto costoso.

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