Il sistema della perequazione annuale, l’automatismo che adegua le pensioni al costo della vita, potrebbe presto subire una modifica. Trattandosi di una delle voci più onerose per i conti pubblici, si fa strada in manovra l’ipotesi di abbandonare il tradizionale criterio a scaglioni in favore di un modello a fasce secche. Una modifica che, riportata in cifre, si tradurrebbe in aumenti meno consistenti, con tagli rispetto al modello attualmente in vigore che potrebbero oscillare tra i 100 e i circa 1.300 euro all’anno per una vasta platea di beneficiari.
Col metodo attuale, la rivalutazione dell’inflazione, stimata al 2,9% per il 2027 con un trattamento minimo che salirà a 629,59 euro (dai 611,85 euro del 2026) non si applica mai in blocco sull’intero importo dell’assegno. Il sistema a scaglioni riconosce infatti il 100% dell’adeguamento entro quattro volte il minimo (2.518,37 euro), il 90% per la fascia intermedia fino a cinque volte, e il 75% per le quote superiori. Qualora venisse confermato il dato del 2,9% le soglie degli scaglioni tuttora vigenti sarebbero le seguenti:
- 100% della perequazione (2,9%) entro i 2.518,37 euro;
- 90% sugli importi tra 2.518,37 e 3.147,97 euro;
- 75% applicato sulla parte eccedente i 3.147,97 euro.
Ma cosa potrebbe cambiare nel 2027? Posto che il quadro non è ancora definitivo e si attende il testo finale della Legge di Bilancio e il decreto ministeriale di metà novembre, le direttrici principali in bozza delineano importanti cambiamenti. A differenza del calcolo per scaglioni progressivi, si propone l’applicazione dell’aliquota di rivalutazione sull’intero importo del trattamento a seconda della fascia di appartenenza. Le nuove soglie di riferimento calcolate sul minimo 2027, ridisegnerebbero così il perimetro della perequazione:
- Fino a 4 volte il minimo (fino a 2.518,40 euro): rivalutazione al 100%;
- Da 4 a 5 volte (da 2.518,40 a 3.148,00 euro): rivalutazione al 90%;
- Da 5 a 6 volte (da 3.148,00 a 3.777,60 euro): rivalutazione al 60%;
- Da 6 a 8 volte (da 3.777,60 a 5.036,80 euro): rivalutazione al 50%;
- Da 8 a 10 volte (da 5.036,80 a 6.296,00 euro): rivalutazione al 40%;
- Oltre 10 volte il minimo (oltre 6.296,00 euro): rivalutazione al 35%.
Per evitare che il superamento anche di un solo euro della soglia comporti un taglio drastico del tasso di rivalutazione sull’intero assegno, la bozza include delle clausole di salvaguardia. Con questo nuovo sistema potrebbe capitare che un pensionato con un assegno più consistente si ritrovi, dopo il ricalcolo, a percepire meno di chi si colloca nella fascia inferiore. La norma in sostanza stabilisce che la rivalutazione applicata all’assegno più alto non possa comunque essere inferiore all’aumento massimo spettante per la fascia immediatamente precedente. Qualora questa attribuzione risulti svantaggiosa dopo il ricalcolo, all’assegno del pensionato si applica l’aumento della fascia precedente “fino a concorrenza”, azzerando la perdita causata dal superamento della soglia.
Se si dovessero applicare queste modifiche, i cambiamenti non riguarderebbero gli assegni inferiori o uguali a 2.518,40 euro lordi (entro 4 volte il minimo) dal momento che anche col nuovo sistema godrebbero dell’integrale copertura dell’inflazione. Cosa può cambiare per gli assegni:
- 2.800 euro mensili, 4/5 volte il trattamento minimo: aumento di 73,08 euro al mese (contro gli 80,38 del vecchio sistema), con una riduzione di 94,94 euro l’anno;
- 3.500 euro, 5/6 volte il trattamento minimo: aumento di 60,90 euro (contro i 97,12) con una riduzione di 470,89 euro l’anno;
- 4.500 euro, 6/8 volte il trattamento minimo: aumento di 65,25 euro (contro i 118,87) con una riduzione di 697,09 euro l’anno;
- 5.500 euro, 8/10 volte il trattamento minimo: aumento di 63,80 euro (contro i 140,62) con una riduzione di 998,69 euro l’anno;
- 7.000 euro, più di 10 volte il trattamento minimo: aumento di 71,05 euro al mese (contro i 173,25) con una riduzione di 1.328,56 euro l’anno.
