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Previdenza e pensioni

Pensioni, scatto in avanti nel 2027: l’inflazione spinge al rialzo gli assegni, ecco chi ne beneficerà

Che cosa potrebbe cambiare il prossimo anno per i pensionati se le stime dell’Istat venissero confermate

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Il potere d’acquisto dei pensionati italiani si prepara a ricevere una significativa boccata d’ossigeno: il 2027 potrebbe infatti aprirsi con un incremento degli assegni previdenziali di gran lunga più generoso rispetto a quello registrato nell’ultimo anno.

Il fulcro di questo meccanismo risiede nella perequazione automatica, ovvero il sistema di adeguamento periodico delle pensioni all’andamento reale del costo della vita: ovviamente per capire il dato definitivo che verrà applicato bisogna attendere la formalizzazione della quota che arriverà con decreto tra la fine dell’anno e l’inizio del 2027, ma è comunque possibile effettuare delle stime interessanti facendo riferimento all’andamento delle ultime oscillazioni registrate.

Nel mese di agosto 2026, secondo quanto comunicato dall’ISTAT, l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha subito un incremento del 3,3% su base annua rispetto al 2025, in crescita dello 0,4% rispetto a luglio (2,9%), con l’inflazione acquisita al 2,9%. Mentre l’adeguamento applicato all’inizio del 2026 si era fermato a un modesto 1,4%, il quadro per il prossimo futuro si preannuncia decisamente diverso. Le stime preliminari elaborate sui dati Istat dell’inflazione acquisita, complice la recente fiammata estiva dei beni energetici, proiettano l’indice di rivalutazione verso una forbice compresa tra il 2,8% e il 2,9%.

Ipotizzando a scopo illustrativo un tasso di rivalutazione del 2,9%, e applicando questa percentuale al 100%, gli incrementi teorici sui trattamenti lordi mensili potrebbero essere di circa 29 euro per gli assegni da 1.000 euro, di 43,50 euro su quelli da 1.500 euro e di 58 euro lordi su quelli da 2.000 euro.

Bisogna ovviamente considerare che la normativa applicata per il 2026 non penalizza l’intero assegno in modo lineare, ma utilizza un sistema a quote progressive. L’adeguamento viene quindi calcolato “a blocchi” in base a quanto la pensione supera la soglia minima dell’INPS, che per il 2026 è pari a 611,85 euro al mese: fino a 4 volte il minimo l’inflazione viene recuperata integralmente (100% del tasso), tra 4 e 5 volte il minimo la rivalutazione scende fino al 90% sulla quota che rientra in questa fascia, mentre la parte che supera le 5 volte il minimo viene adeguata nella misura del 75%. Questo significa che per le pensioni più elevate non si applica una sola percentuale ridotta su tutto l’importo: ogni segmento della pensione viene rivalutato in base alle percentuali applicate nello scaglione in cui ricade.

Provando a quantificare la possibile evoluzione della soglia minima sulla base dei dati attuali, con un tasso di perequazione del 2,9% nel 2027 si avrebbe questa evoluzione: iniziando dai 611,85 euro mensili di importo base come punto di partenza del 2026, l’adeguamento teorico mensile sarebbe di circa 17,74 euro. L’assegno salirebbe così a circa 629,59 euro, e il totale erogato annuo, comprensivo di tredicesima, toccherebbe quota 8.184,72 euro. Nell’eventualità in cui il tasso del 2,9% venisse validato ufficialmente, la quota di 629,59 euro diventerebbe anche il nuovo tetto per il calcolo dell’integrazione.

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