Roma - «Vergogna! Vergogna! Vergogna!». E due: Fischi «di destra» (dicono), quelli incassati durante la sfilata del 2 giugno. E fischi indubitabilmente «di sinistra» quelli incassati ieri, dopo una contestazione organizzata e durissima durante il festival dell’Economia, che proviene dal cuore del suo stesso schieramento e mette in discussione l’operato del suo governo sulla base di Vicenza. È la rottura di un legame di fiducia con una parte di elettorato delusa dal centrosinistra. Non è stata una bella due-giorni, quella di Romano Prodi in questo fine settimana, costretto a passare da rapsodici ma persistenti segnali di malessere durante la parata, a infuocate assemblee ultra-uliviste (al Teatro Quirino di Roma, sabato, dove la società civile si è sfogata contro «i mandarini» del nascente Partito Democratico), al rovente raid del comitato Dal Molin che ieri ha fatto irruzione in un dibattito coordinato a Trento da Ferruccio De Bortoli, rumoreggiando e gridando slogan al passaggio del premier.
Ma ieri, la ciliegina sulla torta è stata una scena pietrificata e vagamente surreale. Il premier aveva appena iniziato a parlare, quando i compagni dei giovani che si erano riuniti davanti all’Auditorium dove si teneva la conferenza, sono usciti allo scoperto anche in sala contestandolo. Slogan, fischi, ululati: c’è qualche minuto di maretta. Poi una breve trattativa e un compromesso: De Bortoli permette alla presidente del comitato, la grintosissima Cinzia Botten, di salire sul palco per un intervento concordato di un minuto. Le parole della Botten sono molto insidiose per l’Unione, e infatti, mai prima d’ora sessanta interminabili secondi furono così letali per il leader del Partito Democratico. «Avete tradito il vostro programma elettorale, autorizzato la costruzione di una base a cui metà dei vostri parlamentari si oppongono - dice la leader del comitato No Dal Molin - io alle ultime elezioni l’ho votata - aggiunge la Botten - ma ora sono profondamente delusa!». Il tempo scade, la donna prima di abbandonare il microfono lancia un altro affondo: «Non ci è stato concesso neppure di esprimere il nostro parere con un referendum. Ci stanno trattando in maniera ignobile. Chiediamo solo correttezza. Non siamo antiamericani; non vogliamo che sia costruita una base a 15 metri dalle case e a 1.400 metri dalla Basilica Palladiana». Prodi resta impassibile per tutto l’intervento. Poi risale sul palco, e riprende il suo discorso come se nulla fosse accaduto, forse per cancellare quella spiacevole contraddizione politica, senza rispondere a nessuna delle domande che gli vengono poste.
Quando il dibattito si chiude, però, sono i giornalisti a tornare alla carica. Ed è allora che il premier torna sulla base Nato che fece cadere in Parlamento il suo esecutivo: «Il governo ha preso una decisione politica, che manterrà. Qui oggi - prova a dire il premier - si è fatto un discorso soprattutto e solo sull’aspetto urbanistico, che chiama in causa anche il ruolo delle autorità locali. Per quanto riguarda il Paese la decisione invece è stata presa, noi la manteniamo».
Ovviamente il centrodestra non si lascia sfuggire l’occasione: «Prodi riesce a unire l’Italia nei fischi - commenta sarcastico il vicepresidente del Senato leghista Roberto Calderoli -, l’estrema destra e anche estrema sinistra. I fischi indicano che Prodi devo solo andare a casa». Anche il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, vede un passaggio simbolico nei diversi destini dei due leader: «La foto del Paese oggi è questa: dovunque applausi a Berlusconi, dovunque fischi e insulti a Prodi dal centro, da destra e da sinistra. Quando il Governo trarrà le ovvie conclusioni?».
Curiosamente, l’unico a rispondere è il premier, che approfitta di una intervista alla tv francese: «Non ho nessuna intenzione di durare meno del tempo previsto, cioè fino al 2011.
Prodi a Trento fa il pieno di fischi
I giovani del comitato contro la base Usa a Vicenza irrompono nell’aula dove è in corso un dibattito con il premier. Ma il Tg1 toglie l'audio alla protesta
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