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La stanza di Feltri

Chi attacca la polizia attacca la democrazia

Chi garantisce l’ordine pubblico finisce sistematicamente sul banco degli imputati. Chi aggredisce viene talvolta raccontato quasi come una vittima del sistema

Valerio Tuveri works to erase a graffiti reading ACAB (referencing the political slogan "All Cops Are Bastards") and "La polizia uccide Fakir vive" (The police killing Fakir is still alive) referencing Abderrahim Fakir who died in Bologna after being tackled to the ground by police officerson an external wall of Villa Sciarra in Rome on July 27, 2026. Valerio Tuveri, known online as Mr. Tuvs, the "boy who cleans Rome", removes illegal graffiti from the capital's walls and monuments. Human rights campaigners and Italy's opposition parties demanded answers on July 20, 2026, after a man died under police restraint as he pleaded for help, while government leaders defended the police. Abderrahim Fakir, a 42-year-old from Morocco who moved to Italy when he was five, died July 19 in Bologna while being forcibly held down by two police officers, according to a video shared widely on Italian media, igniting protests and leading Morocco to ask for a "full clarification", and Italian Prime Minister on July 21 to call for "the truth right to the end". (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)

Gentile Direttore Feltri, in questi giorni si parla molto di presunti abusi delle forze dell’ordine, di violenza della polizia, di razzismo, di fascismo. Eppure arrivano notizie di decine e decine di agenti feriti durante manifestazioni e scontri.

Che idea si è fatto di questa escalation di violenza nei confronti di chi indossa una divisa?

Davide Bianco

Caro Davide, l’impressione è che nel nostro Paese si sia smarrito il senso della misura. In appena una settimana il numero degli appartenenti alle forze dell’ordine rimasti feriti ha superato le duecento unità. Oltre settanta agenti coinvolti nei disordini di Bologna, più di centoventi in Val di Susa nel corso delle ultime giornate. Sono cifre impressionanti, che in qualunque democrazia susciterebbero una riflessione seria sul livello di violenza raggiunto da una parte della protesta. E invece no. Si continua a raccontare la favola della polizia violenta, della polizia fascista, della polizia razzista e islamofoba. Si continuano a vedere cortei nei quali gli agenti vengono apostrofati come assassini, mentre coloro che li aggrediscono vengono spesso descritti come semplici manifestanti animati da nobili ideali. La realtà, purtroppo, è assai meno romantica. In Val di Susa non sono volati coriandoli. Sono stati lanciati pietre e massi provenienti dal cantiere, alcuni del peso di diversi chilogrammi. Secondo quanto riferito dagli operatori intervenuti, si è arrivati perfino all’impiego di un ordigno. Ora, un ordigno non si scaglia per spaventare qualcuno. Un ordigno si lancia sapendo che può provocare lesioni gravissime o addirittura uccidere. Lo stesso vale per massi di cinque, sei o sette chilogrammi. È una violenza che mette concretamente a rischio la vita delle persone. Eppure il clima culturale sembra essersi capovolto. Chi garantisce l’ordine pubblico finisce sistematicamente sul banco degli imputati. Chi aggredisce viene talvolta raccontato quasi come una vittima del sistema. È un ribaltamento tanto ideologico quanto pericoloso. Le democrazie si fondano sul diritto di manifestare, non sul diritto di colpire chi è chiamato a garantire la sicurezza di tutti. Se smettiamo di distinguere tra protesta e aggressione, tra dissenso e violenza, allora non stiamo difendendo la libertà. Stiamo semplicemente erodendo uno dei pilastri dello Stato di diritto.

Le nostre forze di polizia sono sotto attacco. E, prima lo riconosciamo, prima possiamo correre ai ripari e salvare la democrazia e i suoi valori fondativi.

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