Gentile Direttore Feltri, la morte di Monica Esposito, deceduta dopo oltre due mesi di agonia in seguito all’attacco di Modena del 16 maggio, mi ha profondamente colpita. Ieri è arrivata la notizia dell’attentato di Berlino: un’auto lanciata contro la folla, poi l’aggressione con armi da taglio. Mi chiedo perché sembri esserci quasi il timore di chiamare le cose con il loro nome, terrorismo.
Giorgia Simonetta
Cara Giorgia, esiste un curioso fenomeno del nostro tempo. Le parole vengono pesate non in base alla realtà, ma in base alla loro convenienza politica. Ci sono termini che vengono pronunciati con una facilità impressionante e altri che sembrano proibiti. Uno di questi è proprio «terrorismo». Quando un’auto viene lanciata deliberatamente contro una folla inerme, quando all’investimento segue un’aggressione con un coltello, quando la dinamica richiama una modalità di attacco che l’Europa conosce fin troppo bene, la prima reazione dovrebbe essere quella di accertare i fatti con rigore. Nel caso di Berlino, le autorità tedesche hanno parlato apertamente di un attentato di matrice islamista. Il terrorismo non è un’invenzione di presunti fascisti. È un fenomeno che ha colpito ripetutamente l’Europa. Parigi, Bruxelles, Nizza, Londra, Vienna, Barcellona. L’elenco è tragicamente lungo.
Poi c’è un’altra questione che mi lascia perplesso. La morte di Monica Esposito. Per oltre due mesi quella donna ha combattuto tra la vita e la morte, fino al tragico epilogo. Ogni vittima merita lo stesso rispetto. Sempre. Indipendentemente da chi sia il responsabile. Ed è qui che, talvolta, percepisco una certa asimmetria nel dibattito pubblico. Ci sono vicende che monopolizzano per settimane il confronto politico e mediatico. Altre che sembrano consumarsi nel silenzio. Non dovrebbe essere così. Questo non significa rinunciare al garantismo. Le responsabilità penali si accertano nei tribunali. Ma il dovere di guardare la realtà per quella che è appartiene a tutti. Se un fenomeno esiste, negarlo non lo farà sparire. Se una minaccia si manifesta con modalità ricorrenti, riconoscerla non significa alimentare odio verso milioni di persone innocenti che professano la religione islamica. Significa semplicemente distinguere tra chi vive pacificamente la propria fede e chi, invece, usa l’estremismo religioso come giustificazione della violenza. Le democrazie non diventano più forti cambiando il nome alle cose. Diventano più forti quando hanno il coraggio di chiamarle con il loro nome, senza cedere né alla paura né all’ideologia.
