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Quando la famiglia posava in bianco e nero

Era prima che arrivasse la digitale o che inventassero le scarpe da ginnastica e i bambini giocavano a pallone con le scarpe di cuoio. E quando si scattava una fotografia era un momento importante. La famiglia tutta riunita, i nonni, i genitori, i figli, un’occasione da ricordare. Un battesimo, un matrimonio, la prima gita, la prima vacanza al mare. Tutti davanti agli obbiettivi, piantati con facce serie e occhi fermi. Non un sorriso, non una carezza, le emozioni meglio non farle vedere. Era pudore e vergogna. Erano le pose a raccontare questi uomini con braccia conserte, i baffoni all’insù. Occhi severi e mani grandi. Accanto facce di donne senza trucco e con poca allegria. Vecchie foto ingiallite che sanno un po’ di muffa e un po’ di buono, che raccontano di storie di famiglie, italiani di una volta. Tutte in mostra al Vittoriano, «Foto di famiglia», in un’esposizione realizzata da Gabriele D’Autilia, Laura Cusano e Manuela Pacella, aperta al pubblico, con ingresso gratuito, fino al 19 maggio. Una rassegna che nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, promossa dal Dipartimento per le politiche della famiglia. «Una straordinaria testimonianza di ciò che c’era e che rischia di non esserci più» dice il sottosegretario Carlo Giovanardi.
È così che i vecchi ricordi diventano memoria collettiva di come eravamo. Scatti ingialliti che escono dalle scatole di cartone. E raccontano di quando la famiglia non era ancora allargata e non straripava di madri e matrigne, di padri separati e di figli acquisiti. C’erano le nonne, a curare i nipoti, a casa, ad aspettare.
Allora ci si vestiva a festa per entrare nella foto, si cercava un muro vuoto per fare da sfondo, impettiti e tutti possibilmente in prima fila. C’è la prima gita, 1924, i bambini con le braghette e i padri con il papillon. C’è la posa in spiaggia, la mamma con il costume un po’ scollato, l’ultimo nato che armeggia con la paletta. Un giovanotto al molo. È pronto per partire per il nuovo Mondo, senza avere la minima idea di cosa lo aspetti. Non c’è internet o la televisione a spiegargli che le stagioni di là sono al contrario, non c’è nessuno a dirgli che quel cappotto di lana, in Argentina non gli servirà. Resta la testimonianza in una piccola, piccolissima foto con i margini dentellati, che è girata tra le mani di madri e nonne per le preghiere e per i ricordi. A scattare i parenti che restano e che aspettano, pazienti. Dagli album esce una coppia di sposini senza complicità e senza il coraggio di guardarsi, occhi fissi, quasi intimoriti.
«È sempre più importante conservare quel poderoso archivio di istantanee - dice Francesco Mattioli, docente all’Università La Sapienza di Roma, che ha curato il percorso espositivo - stampate precariamente su carta e faticosamente conservate negli album, nei cassetti e nelle scatole di cartone. Istantanee che testimoniano non solo un periodo di storia italiana, ma anche un periodo significativo di storia della fotografia».

È stato il monumentale lavoro dell’Archivio audiovisivo del Movimento democratico: diecimila fotografie e più di cento film amatoriali, un fiume di memoria. È qui che si incontra il Novecento, fatto di migrazioni, lunghi silenzi, i pranzi della domenica, i sacrifici e i risparmi, di carezze ai bambini quando dormono.

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