Quando la mamma diventa anche papà

RomaÈ sempre stato difficile distribuire film d’autore, ma adesso, date le restrizioni economiche, l’impresa è diventata più ardua. Tanto più che, a fronte della scomparsa di manager illuminati, certe pellicole stentano a farsi largo. Così non stupisce che Il padre dei miei figli (dall’11 nelle sale), mélo drammatico della francese Mia Hansen-Love, sceneggiatrice e firma dei Cahiers du Cinéma, presenti il suo lavoro con esitazione. Se in Francia la ventottenne autrice è considerata erede di Pialat, da noi è sconosciuta. Se poi si aggiunge che la storia de Il padre dei miei figli parte dalla vicenda del produttore francese Humbert Balsan, protagonista del cinema indipendente d’Oltralpe suicida nel 2005, il discorso potrebbe non allettare. Tuttavia le radici narrative affondano nella biografia della regista, attratta dalla morte di Balsan, così simile a quella del proprio nonno.
«Ho molto ammirato la lucidità di mia nonna, che, rimasta sola con sei figli, ha tirato avanti con stoicismo», spiega Mia, che racconta gli ultimi giorni del produttore in bancarotta. E tra segreti di famiglia (un figlio naturale) e l’azienda da salvare, il mondo dei vivi in qualche modo andrà avanti. Per questo pudico omaggio a Balsan, interpretato da Louis-Do de Lencquesaing, la regista ha inserito Chiara Caselli nel ruolo della di lui moglie Sylvia, personaggio di forte tempra, in grado di sopravvivere alla tragedia, terminando i progetti iniziati dal marito. «Mi auguro che i distributori italiani non facciano la stessa scelta di Balsan. Adesso, con i tagli e le decurtazioni, si assiste a uno spregio/sfregio del nostro lavoro», attacca l’attrice, amata da registi come Liliana Cavani e Marco Bellocchio. Come da copione, è partita la consueta geremiade su «questo maledetto governo». «Ho un figlio di sei anni e per me, adesso, l’unica consolazione è pensare che quando sarà grande gli esponenti della classe politica al governo saranno morti», inveisce l’interprete, che invece di manifestare soddisfazione perché può anche lavorare all’estero (come alcuni suoi colleghi a corto di ingaggi italiani), sparge lamenti funesti sul lancio d’un film, già di suo in qualche impasse distributiva. È evidente che la Caselli ignora le buone abitudini scaramantiche dell’ambiente dello spettacolo: quando si presenta un film, mai citare la morte (a meno di non essere Woody Allen, che a Cannes, nell’ilarità generale, dissentiva dalla Comare Secca). Ma ormai si sa: se non c’è la mammella di Stato, Cinelandia muore di stenti, comunque invocando gli aiuti statali e maggiore libertà (praticamente, un ossimoro).
Meglio concentrarsi su quanto di artistico, in senso stretto, ha detto l’attrice. «Recitare con i bambini è stata una sfida: ha significato mettere la sbarra molto alta. Bambini e animali, davanti alla macchina da presa, cercano la verità. Ho capito che il ruolo faceva per me, indossando delle scarpe basse. Trovando la camminata del personaggio, una camminata leggera e posata, trovo anche il personaggio, radicato nella vita».

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