Quel dialogo fra due estranei alla ricerca del senso della vita

Al telefono lo sentivo aspirare dall’immancabile sigaretta con un sibilo che mi ricordava quello della legna non del tutto secca gettata sul fuoco.
«Allora. Ho visto».
«Il quaderno. Che ne pensa?»
«Le sarà servito».
«Sì, mi è servito».
«Adesso sta meglio, mi sembra».
«Sono tornato al lavoro».
Trasse un’altra boccata, senza fretta.
«Bene», disse. «È questa la grande notizia di cui mi diceva?»
No, non era quella la grande notizia.
«Ha detto che le è servito, no?»
Non risposi.
«A cosa le è servito? Precisamente».
Riflettei un istante.
«A fare ordine», dissi.
Anche lui attese qualche momento.
«A fare ordine», disse.
«Be’, non solo», mi affrettai, unicamente perché mi pareva che quella risposta non gli bastasse, così come non bastava a me, che però non sapevo cos’altro aggiungere.
Erano le quattro e un quarto di notte. Mia moglie, assonnata, mi osservava, in piedi, in vestaglia, dall’angolo buio del corridoio.
«Perché lei... se ho capito bene... lei pensa che il problema sia quello di fare ordine... di riprendere il controllo della situazione».
Mia moglie vide che tacevo.
«Lei crede in Dio?»
«Sì», risposi.
«Io invece no. Per niente, sa? Però... però...» udii lo scatto dell’accendino, poi una lunga aspirazione, che accese nella mia mente un campo di lucciole, «ecco, io credo che Dio abbia compiuto... con la creazione... un atto decisivo. In quel caos c’era qualcosa che non era terra... e da quell’istante diventò terra. Mi capisce? Qualcosa che non era acqua... e diventò acqua. Nessuna parte di quel caos si poteva chiamare... usignolo... o ferro... e immediatamente qualcosa diventò usignolo, e qualcos’altro ferro. Bisognava rendere esplicito quello che stava in fondo... ma per renderlo esplicito... e perciò conoscibile... era necessario produrre differenze, differenze, differenze. Il caos era... un magma era... un magma compatto. Poi qualcosa in quel magma diventò tramonto, qualcosa cascata, qualcosa... donna, qualcosa... insetto, qualcosa fiume, qualcosa capra, pecora... leone... nuvola... Qualcosa diventò poesia, e qualcosa diventò diventò invece... prosa. Mi capisce?»
Dissi che capivo, ma lui rispose «non fa niente», e sorrise, o forse tossì soltanto.
«Questa necessità di esplicitare... per poter conoscere... di produrre differenze... per poter nominare... questa necessità non appartiene alla nostra psiche, ma all’universo. A volte noi sentiamo che il mondo ci opprime, non è vero?... Che tutto quel che facciamo... lo facciamo per abitudine. Il mondo diventa un’abitudine. Possiamo essere anche celebri filosofi, non importa... non c’è più pensiero... La scontatezza, capisce?... A poco a poco ci si abitua all’idea... che il mondo - il nostro mondo, mi capisce? - non potrà mai cambiare. Ci si abitua all’idea... che la creazione è finita... per sempre... Non ha nessuna importanza la posizione che occupiamo nel mondo».
Attesi la continuazione del discorso. Sentivo che fumava, forse sorrideva.
«Non mi domanda niente? Trova tutto così chiaro?»
«Sto solo aspettando».
«Bene, vede... quella che io chiamo depressione, almeno nel mio caso... è questa cosa... è esattamente questa cosa. Non è solo uno stato psicologico».
Qualcosa cominciò a snebbiarsi dentro di me, e la mia malattia, a queste parole, per la prima volta si lasciò afferrare come un ricordo, come un oggetto della memoria.
«La depressione è il segno che qualcosa in noi sta tornando indietro... nel caos. Il mondo non ha più inizio né fine. Non è solo psicologia. E politica, è economia, è televisione... Non sente come tutto sta implodendo? Tutti a parlare la stessa lingua... a pensare gli stessi pensieri... La vita non è più una creazione... non siamo più in grado di ristabilire le differenze... Non sappiamo più guardare niente...»
Si interruppe. Lo sentii dire grazie.
«Mi scusi, mia moglie mi ha portato il caffè... Mia moglie è la mia salvezza... Ci vuole fortuna... molta fortuna, per uscire da quel gorgo. La voglia di conoscere si appanna... Il desiderio si appanna, a cominciare, naturalmente, da quello... sessuale. Ci vuole molta fortuna per uscire... Lei è d’accordo?»
«Sì, naturalmente».
«Non naturalmente, la prego... Piuttosto, cosa significa uscire?... Dante Alighieri. Si ricorda il primo canto? Miserere mei...»
Rise per qualche istante, soffiando contro il telefono il fumo della sigaretta, che produsse lo stesso crepitio di quando qualcuno ci chiama da fuori, in una giornata di vento.
Ci fu un istante di perfetto silenzio. Vedevo il vento, un piccolo porto, il cielo agitato, la montagna verde a ridosso del mare, gli alberi delle barche che dondolavano, sentivo il tintinnio del sartiame.
«Uscire significa guardare... guardare Dio che crea l’universo... e fa emergere le cose dall’oscurità... Il problema non è quello di mettere ordine, sia serio. Se il suo quaderno ha un senso... il senso è questo».
Sembrava conoscere in anticipo lo sconcerto che le sue parole avrebbero prodotto in me. Mi lasciò alcuni istanti, nei quali cercai di familiarizzare un po’ con il mio silenzio, con il mio non sapere cosa dire.
«Lo sa perché lavoro di notte?» disse alla fine.
«Me lo dica lei».
«È il prezzo della mia guarigione... Lavoro di notte perché la notte... è come un’immensa sala cinematografica... un’immensa sala cinematografica, in attesa del film».
Mi resi conto immediatamente che non aveva più nulla da dirmi, perciò bisbigliai grazie, due volte, e al grazie aggiunsi il mio augurio di poterlo rivedere... andarlo a trovare... uno di questi giorni... magari non subito...
«Ecco», m’interruppe. «Magari non subito... Magari più in là... tra un po’ di tempo... un giorno... un giorno potremmo rivederci... qualche volta... per caso. Non trova che sarebbe più bello? Per una coincidenza...»