La scuola resta al centro del dibattito. Ieri ne ha parlato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che, inaugurando l’anno scolastico nell’istituto «Sergio Marchionne» di Amatrice, l’ha definita «la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati». Il capo dello Stato ha menzionato l’articolo 34 della Costituzione ed ha detto che «la scuola deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere». Parole accolte senza polemica dalla maggioranza che però ha difeso il tetto del 30% agli alunni stranieri presto in Cdm. Il capogruppo Fdi al Senato Lucio Malan ha parlato di «piena condivisione» con le dichiarazioni del presidente ricordando che il provvedimento sulle classi annunciato dalla premier Giorgia Meloni «va proprio in questa direzione». Anche il leader della Lega Matteo Salvini si è detto «d’accordo» evidenziando che «oggi ci sono le classi ghetto». Quello di Mattarella non è stato l’unico richiamo del giorno sulle scuole. Dello stesso tenore l’intervento del presidente Cei Matteo Zuppi all’apertura dei lavori del Consiglio Episcopale Permanente. «Non possiamo accettare che il luogo di nascita determini le opportunità di apprendimento di un ragazzo», ha detto il cardinale, aggiungendo che «una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace» ed augurandosi «luoghi in cui nessuno si senta escluso». Il passaggio sui luoghi di nascita, seppur affiancato da analoga riflessione su «condizione economica, fisica o il contesto sociale», è stato inevitabilmente collegato all’annuncio fatto dalla premier a Fenix. Non è un caso che il presidente Cei abbia scelto - così come nel caso del referendum - i lavori del Consiglio Permanente per punzecchiare il governo. All’interno dell’episcopato italiano, infatti, c’è una forte componente apertamente anti-governativa che non avrebbe lasciato passare senza reazioni un eventuale silenzio del vertice Cei sul tetto agli stranieri.
A maggior ragione perché riguarda un ambito come quello scolastico che la Chiesa sente tradizionalmente di sua competenza. Zuppi un po’ ci crede davvero, un po’ non se la sente di scontentare i vescovi oltranzisti che cominciano a considerarlo troppo moderato per i loro gusti. In effetti, dopo qualche screzio iniziale con Palazzo Chigi, l’arcivescovo di Bologna aveva inaugurato un periodo di sostanziale tregua che aveva retto nonostante le bordate del suo vice, monsignor Francesco Savino. Nel campo largo, invece, non ci si è limitati a contestare il tetto agli stranieri ma è stato criticato anche il divieto di burqa e niqab in classe. Dopo la bocciatura di Elly Schlein che l’ha bollata come una «proposta di propaganda», il dem Sandro Ruotolo ha detto che è un provvedimento per «parlare alla paura» mentre Laura Boldrini lo ha definito «strumentale». Il leader verde Angelo Bonelli ha addirittura accusato la premier di «fare propaganda sulla pelle dei bambini». Sulle barricate anche la contiana Vittoria Baldino che ha attribuito a Meloni la volontà di usare «la scuola per dividere». L’argomento più usato dagli esponenti della sinistra è stato quello benaltrista secondo cui i veri problemi della scuola sarebbero altri. Curiosamente, è la stessa motivazione utilizzata dagli imam per condannare le nuove regole. Sarà forse l’effetto della vittoria a Berlino della candidata islamica della Linke, ma oltre al bollo a sinistra sembra esserci nostalgia pure per il burqa.
