Il realismo magico e fiabesco di Fernando Eandi

Fernando Eandi (Torino 1927) festeggia quest’anno i suoi ottant’anni con una suggestiva antologica, aperta fino a settembre a Casa Felicita, il luogo espositivo dal bel nome gozzaniano, animato da Adriano Benzi a Cavatore, poco lontano da Acqui Terme. Eandi lavora da anni a una narrazione delicata, insieme quotidiana e sfuggente. Il suo è un realismo un po’ magico e un po’ fiabesco, capace con pochi segni di evocare delle storie, come un trovatore di altri tempi. Nelle sue incisioni disegna paesaggi divisi in riquadri come le tarsie di un mosaico (o, meglio, come le vecchie coperte di lana lavorate ai ferri dalle nonne) e in cui fra i riquadri compaiono improvvisamente volti di donna, cuori, segni simbolici, lettere. Oppure disegna case di una Venezia liquefatta, che sembrano sciogliersi sulla carta. O, ancora, vecchi giocattoli che risultano stranamente vivi, donne silenziose un po’ odalische e un po’ principesse, spiagge abitate da un vento ostinato e da qualche oggetto dimenticato lì.
Nelle sue opere ricorre spesso la parola «archeologia», ma la sua è un’archeologia dei sentimenti, una sorta di ricordo proustiano in cui i segni evocano tante cose che la ragione aveva dimenticato, o di cui non si era nemmeno accorta.

È un archeologo, come scrive Bruno Quaranta in catalogo, «spalancato allo stupore, lo sguardo elfico, di rovina in rovina, di scavo in scavo, sapendo che l’oro è nell’ombra». Perché, aggiunge ancora Quaranta, «questo è il suo destino. Smarrirsi, dissolversi (un’autentica vocazione), mimetizzarsi fra vie e paesaggi ondulati, fra acque e miti pazzie».

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