La realtà xenofoba

Se cammino per strada e vedo un extracomunitario e perciò sto attento al portafoglio, io faccio bene. Se sono una ragazza e sto passeggiando ai giardinetti e mi pare di scorgere un extracomunitario nell’ombra, sicché sono più allarmata rispetto a che se fosse di Brindisi, io ho statisticamente ragione. Se io sono una vecchia e sto viaggiando in metropolitana in mezzo a un gruppo di rumeni, e allora bado che i cordoni della borsa siano chiusi, io sono previdente. Questa è la realtà di tanta gente normale che frequenta la vita anziché apprenderla in un rapporto Eurispes. Fatti: 1) la quota di extracomunitari implicati nella criminalità è più alta di quella nostrana; 2) la deterrenza all’Europa ha fallito, parliamo di una nuova criminalità che spesso non conosce neppure la lingua e che talvolta risponde meramente a un racket: figurarsi se ha da badare a nuove legislazioni o all’entità delle pene; 3) le sociologie che parlano della «situazione sociale che favorisce un progressivo inserimento in percorsi delinquenziali» si scontrano con risultanze secondo le quali molti emigrano col proposito specifico di delinquere. Fine. Il problema non è un altro. Non è a monte.
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