Responsabilità per il presente e per il futuro, rigore finanziario e condizioni basilari per lo sviluppo: è ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno e che dobbiamo garantirci per il domani. Ma a questa responsabilità si contrappone un'irresponsabilità non di rado sguaiata. A una linea ben definita di politica economica si fronteggiano le più scomposte e inaffidabili reazioni.
Dopo l'approvazione al Senato, la Finanziaria 2006 arriva alla Camera. Potranno ancora essere definiti importanti provvedimenti sociali (come il bonus per i nuovi nati) e forse qualche ritocco al Decreto fiscale (come per l'avviamento delle imprese). Ma la legge resta intatta nei suoi «saldi» e nell'impostazione sia di rigore, sia di impulso alla competitività e allo sviluppo.
Soltanto che, come nel gioco delle tre tavolette, il rigore tanto ipocritamente invocato allo scopo di mettere in difficoltà il governo, adesso che il controllo dei conti pubblici è saldamente confermato, sinistra e sindacati non lo vogliono più. Involontariamente sono più sinceri adesso, perché la loro linea è sempre quella della spesa pubblica e dell'alta pressione fiscale, e poi quella del deficit e del debito.
Ciononostante fa un'impressione piuttosto squallida - le conferme non sono mai troppe - sentire le critiche invelenite del leader dell'Unione che parla di «un passo indietro della povera gente», di tagli agli investimenti (che non esistono) e, alla rinfusa, di manovra che «dà 1 miliardo di elemosine e ne taglia 7 di servizi». Quanto al leader della Cgil (mentre le confederazioni sindacali confermano, a prescindere, uno sciopero generale per il 25 novembre), sapete perché non gli piace la Finanziaria? Perché è «approssimativa». E poi deprime gli investimenti privati, taglia lo sviluppo, dimentica i redditi da lavoro e da pensione, e scivola sui prezzi... Quella di far responsabili il governo e in particolare Tremonti del «collasso a cui è stata condotta l'Italia negli ultimi cinque anni» sembra la favola del lupo e dell'agnello.
Ma le cose stanno esattamente al contrario. La priorità del controllo sul deficit pubblico è essenziale per rimettere in moto l'economia e per infondere negli investitori fiducia e ottimismo sul nostro futuro. A sua volta la riduzione della pressione fiscale è la strada maestra per garantire lo sviluppo economico, ed è proprio ciò che in Italia si è fatto negli ultimi anni, con un taglio di 2 punti e mezzo rispetto al Pil. Quanto ai redditi da lavoro e da pensioni sono entrambi aumentati, i primi nonostante il ristagno della produttività. E sui prezzi, in aggiunta all'effetto euro, mai sentito parlare di bolletta energetica, di rincaro del petrolio e della nostra sciagurata rinuncia al nucleare: vanto e ribadito proposito della sinistra, mentre siamo assediati da decine di centrali sotto casa che, come quelle francesi e svizzere, ci vendono i loro kW a caro prezzo?
Anche il maldestro tentativo di coinvolgere le imprese negli attacchi a testa bassa contro la Finanziaria ha già trovato la risposta che si merita da una fonte non sospetta neanche di troppa indulgenza per il governo: quella del vicepresidente della Confindustria, Emma Marcegaglia. Gli imprenditori riconoscono le scelte rigorose per l'equilibrio della finanza pubblica e il carattere non elettorale della manovra. Che, non dimentichiamolo, riduce dell'1 per cento il costo del lavoro con il taglio degli oneri impropri che gravano sulle imprese e introduce novità importanti per i distretti industriali, uno dei perni del nostro rilancio economico attraverso l'innovazione e la competitività.
Da che parte sta, allora, la propaganda politica smaccatamente ingannevole? È fin troppo evidente. Ma, per avere anche soltanto un'idea (molto riduttiva) di che cosa potrebbe riservare in economia il nostro centrosinistra al governo, da Bertinotti a Rutelli passando per Prodi, basta guardare quanto accade in Germania con la «grande coalizione» pur guidata dalla Merkel e con una sinistra democratica tutt'altro che estrema come la Spd.
Il rigore ostacolato
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