Risorge il teatro Puccini e diventa palco «multisala»

«Teatro è soltanto l'incanto tra esseri umani, tutto il resto aiuta a confondere». Le parole di Ingmar Bergman scritte su muri bianchi del foyer sono il biglietto da visita del rinato teatro Puccini, la storica sala di corso Buenos Ayres che sabato, dopo ventiquattro anni, riaccende i riflettori. E si fa in tre. In tre palcoscenici che lo trasformeranno non solo in una multisala dove traslocherà l'altrettanto storico teatro dell' Elfo, ma anche in un centro di produzione teatrale quasi unico in Europa.
«Milano si riappropria finalmente di un pezzo della sua storia e della sua identità facendo così salire a cinquantacinque i palcoscenici della città», commenta il sindaco Letizia Moratti, durante l'inaugurazione di ieri dove a turno sono state ringraziate generazioni di politici e di ingegneri che si sono succeduti in questi cinque anni di cantiere e in 472mila ore di lavoro, per un costo complessivo di 15 milioni di euro (9 versati dal comune, 4 milioni e 300mila dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, uno dalla fondazione Cariplo e 700mila euro da Teatridithalia).
Riapre così un teatro che ha attraversato non solo la storia della città, dalla Milano in bianco e nero dei primi anni del Novecento alla Milano al neon degli anni Ottanta, ma anche tutti i generi artistici. Agli inizi si chiamava Luna Palace ed era una sala enorme, dove si poteva assistere a spettacoli equestri e incontri di boxe, pattinare e andare sulle montagne russe. Restò un palazzo dei divertimenti fino al 1920 quando cambiò nome in Politeama Milanese e venne trasformata in una sala da milleottocento posti che ospitava operette, commedie dialettali, riviste, fino a quando nel 1930 cambiò gestione e venne battezzato definitivamente teatro Puccini. Cominciò allora il momento di gloria della sala: qui il cantante Mario Del Monaco fece un'indimenticabile audizione ed ottenne il suo primo ingaggio per Madame Butterfly. Qui Gorni Kramer portò in scena la rivista Via delle 7, qui salivano sul palco i nomi più celebri dell'avanspettacolo, da Wanda Osiris a Erminio Macario, da Renato Rascel a Walter Chiari e a Gino Bramieri, qui cantava Domenico Modugno e sgambettavano le strip girls. Lustrini e paillettes si alternavano ai film, d'essai come a luci rosse, non facea differenza mentre fuori corso Buenos Aires continuava ad essere il lungo viale d'insegne scintillanti, dove, come diceva lo scrittore Giuseppe Marotta, «Milano ride».
Andò così fino al 1986 quando con l'ultima proiezione di Rocky IV, il cinema teatro Puccini spense le luci. Oggi, 24 anni dopo, è tutta un'altra storia. O forse no. «Finalmente si realizza il sogno di quando eravamo ragazzi: avere un teatro d'arte con una compagnia stabile», spiega Ferdinando Bruni, con Elio De Capitani mente creativa del Teatro dell'Elfo, che fondò nel 1973 assieme al regista Gabriele Salvatores. «E pensare che quando qualche anno fa abbiamo fatto il sopralluogo questa vecchia sala era il regno incontrastato dei gatti». Un Puccini diviso in tre: una sala da cinquecento posti (quattro di taglia extralarge) battezzata Shakespeare, un'altra dedicata a Fassbinder, con capienza variabile da duecento a trecento posti, e la più piccola, la sala Bausch, realizzata negli spazi dell'ex cinema Fiammetta, da cento posti e riservata alla sperimentazione. «Abbiamo voluto dedicare il nostro teatro a tre grandi nomi», racconta il regista Elio De Capitani. «A Pina Bausch che ha inventato un geniale mix di danza e teatro, a William Shakespeare, non un classico ma il più contemporaneo degli autori, e a Rainer Werner Fassbinder per come ha saputo incrociare le arti, il teatro e il cinema, in una commistione di stili. Come piacerebbe fare a noi qui».