Io non so "cos'è la ndrangheta. Non so cos'è. Non mi interessa".
Sono passati più di quarant'anni da quando lo trovarono nascosto in un armadio, a Rota Imagna, nella raffineria di eroina impiantata da due chimici francesi: l'unica raffineria mai trovata al nord. L'aveva allestita suo cugino Saverio Morabito: anche lui di Platì, anche lui trasferito a Corsico e Buccinasco come metà dei clan platioti. Adesso Annunziatino Romeo - ma gli amici lo chiamano Marco - è un vecchio dalla faccia segnata, chiuso nella gabbia di un'aula di tribunale. Sveglio, lucido, dice e non dice. Anche lui, dopo suo cugino, si è pentito. Ha parlato, ha accusato amici e parenti. L'anno scorso Romeo è tornato in cella. Lo accusano di avere aiutato Carmine Gallo, l'ex superpoliziotto travolto dal caso Equalize, a sistemare in modo brusco una pendenza tra imprenditori. "Gallo era un amico", dice Romeo: ma più di un amico. Gallo lo prese in carico quando scelse di diventare collaborante, come aveva fatto con Morabito. Lo ha portato per mano nella terra di nessuno tra crimine e Stato. Più che un amico: un faro.
Adesso Gallo è morto, stroncato dal crepacuore mentre era agli arresti domiciliari. Ma il processo va avanti. Ad ascoltare la testimonianza di "Marco", collegati dal carcere di Opera, altri tre della colonia di Platì a Milano. Francesco e Pasquale Barbaro, Giuseppe Trimboli, tutti accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Al pubblico ministero Francesco De Tommasi serve sentire Romeo soprattutto per convincere il tribunale che la storia non è solo un litigio tra soci in affari: è una storia di ndrangheta. Ma Romeo si chiama fuori. "Non sono mai stato affiliato", dice a sorpresa: anzi, "non ho mai avuto il rimpiazzo", come chiamano tra loro il giuramento al clan. "Non ho mai voluto legarmi, io taglio i ponti e me ne vado".
E fin qui va bene. Neanche suo cugino Saverio era affiliato, eppure trafficava e uccideva insieme ai compaesani. Dove la situazione diventa surreale è quando Romeo rispondendo al pubblico ministero dice che della ndrangheta non sa praticamente niente, lui che dallo Stato è stato arruolato e pagato per incastrare i clan. "Io mi faccio i fatti miei". E il verbale del 1996, chiede il pm, in cui lei dice di essere "familiare" con la ndrangheta e parlava dei fratelli Papalia, e diceva che uno dei tre, Domenico, era il rappresentante nazionale della ndrangheta? "Non me lo ricordo". Antonio Papalia ha a che fare con la 'ndrangheta? "Affari suoi". Domenico è il rappresentante nazionale? "Non so cosa voglia dire e non mi interessa saperlo".
Il verbale però c'è. E qui Romeo e il suo avvocato tirano fuori una storia interessante. Quel verbale sarebbe la trascrizione di una riunione alla Procura antimafia, a Roma, con pm e altri pentiti. La giudice Balzarotti trasecola, "non si fanno riunioni così". "C'erano ottanta persone", ribatte Romeo. "Forse quelle cose le ha dette mio cugino Saverio che era anche lui presente e le hanno attribuite a me". Però è diventato testimone d'accusa, è stato sentito nei processi. Precisa Romeo: "Però ho parlato solo di quanto accadeva a Milano. Dei fatti di Platì non ho mai detto niente. Infatti a Platì ho sempre girato tranquillamente".
E qui viene il bello. Perché Romeo ricorda come fu che dopo anni la sua pista tornò a incrociare Carmine Gallo. "Era già ad Equalize, mi chiamò, disse che stava istruendo una pratica per il tribunale di Milano su tale Mazzagatti e su un traffico di petrolio aveva necessità di informazioni su questo Giuseppe o Francesco Mazzagatti che vendeva navi di petrolio ma si diceva che riciclasse. Gallo mi disse: vai in Calabria e cerca di scoprire cosa c'è di vero".
E Romeo in Calabria ci va tre o quattro volte, incontra fonti come un investigatore o un reporter. "Ho contattato più contatti, ma non arrivano a informazione concreta". Chi erano queste fonti? "Non glielo dico. Avevo dei contatti che mi davano informazioni. Non le faccio i nomi perché sono contatti miei che usavo per lavoro".
Una fonte lo manda da un'altra, a Palmi. Romeo, inviato speciale di Gallo sul fronte dei clan, torna a Milano, riferisce, torna giù. Alla fine, dice, scopre che Mazzagatti "probabilmente" riciclava davvero, dalla sua residenza negli Emirati: "Per gli Agresta di Sinopoli e per i Piromalli di Gioia Tauro".
La storia del "pentito" che diventa investigatore non può smentirla nessuno: Gallo è morto l'anno scorso e un mese fa è morto anche l'avvocato Gianluca Maris che per primo aveva raccolto come indagini difensive il racconto di Romeo sulla sua missione in Calabria: e la vicenda dei dossier su Mazzagatti è rimasta uno dei tanti misteri del caso Equalize. Sarebbe bello approfondire con Romeo, in una pausa: ma gli agenti di custodia stoppano le domande. Peccato, perché ce ne sarebbero tante.
Su Platì, dove "Francesco Barbaro venne tolto perché era un ribelle, non obbediva al fratello del generale Delfino". E anche su Corsico e Buccinasco, la Platì del Nord dove i cognomi che contano sono sempre quelli che snocciola Romeo: "Barbaro, Trimboli, Papalia".