La rivincita dei giornali: la carta "brucia" internet

Negli Usa risorge la stampa tradizionale, data per spacciata a causa del web. Il caso Newsweek e il boom delle testate locali

La carta, ecco. La tocchi, la annusi, la avvicini, la allontani, la appoggi, la riprendi. Non moriremo digitali. Troppo presto, troppo facile. I giornali perdono? Ci sono anche quelli che vincono. Chiudono? Ci sono anche quelli che rinascono. L’abbiamo letto troppe volte: nell’ultimo anno quotidiani e settimanali sono stati dati per finiti una decina di volte. Internet l’assassino. L’eutanasia dell’informazione stampata, il testamento biologico del lettore da edicola. Le profezie diventate certezze, al di là dei numeri. Invece no. Non ora. Perché i becchini della carta sono tanti, ma non tutti. C’è un fenomeno che nessuno racconta perché sembra antimodernista e fuori luogo. Poi un giorno apri l’Economist e capisci che qualcuno lo dice. Passi a Newsweek e racconta la stessa cosa. Vai sul web e trovi la stessa verità. Sul web, cioè come se andassi a chiedere di una vittima al suo killer: internet, avevano detto, ucciderà i quotidiani, però prima i settimanali. Adesso i siti sono pieni di notizie e curiosità sulla rinascita dei giornali. Come se l’assassino adesso fosse contento di non essere riuscito nell’omicidio. Non ha fallito lui, forse è stato bravo chi stava per essere ammazzato. Perché i giornali magari hanno chiuso, ma adesso cominciano a riaprire: è successo in America, a Seattle, a Dallas, a St. Louis. Avevano perso lettori e avevano provato a uscire solo su internet, poi gli stessi lettori hanno cominciato a scrivere: «Ci manca il nostro giornale». Così gli editori hanno ripensato la formula, hanno studiato il futuro e hanno ripreso a far girare le rotative. La carta, il titolo, la stampa: giornali diversi, nuovi, moderni, scritti. Succede che la gente si informa su internet, ma poi non riesce a staccarsi dalla materialità dello sfoglio. In Francia ha aperto Slate.com e nel primo giorno di uscita ha raccontato proprio questo: «I giornali non moriranno». L’ha detto Jean-Marie Colombani, ex direttore di Le Monde, giornale in crisi da anni e forse non solo per colpa di internet. «Devono solo essere ripensati».

Chi l’ha già fatto, ha scoperto un mondo nuovo e incredibilmente bello. Newsweek, per esempio. Dato per spacciato, con una emorragia di costi e di lettori, s’è rivoluzionato: articoli più lunghi, approfondimenti, opinioni. Notizie poche, scrittura tanta. Cioè la banalità che sembra un’impresa: l’aggiornamento continuo va sul sito internet, ma per spiegare che cosa c’è dietro un fatto, bisogna scavare e raccontare. Il nuovo Newsweek, quello che avevano già condannato a morte, è rinato. Qualche settimana fa ha trovato lo spazio per raccontare la propria piccola rivincita. Coi numeri: rispetto all’ultima uscita della vecchia versione generalista ha preso il tre per cento in più di copie e piace di più agli investitori pubblicitari. È il segnale. Che poi è lo stesso dell’Economist raccontato dal Foglio qualche giorno fa: «Il settimanale inglese è al 56° semestre consecutivo di crescita, vale a dire 28 anni, e nell'ultimo anno ha aumentato i lettori del 6 per cento. Oggi sono un milione e 418 mila a settimana, il doppio rispetto a dieci anni fa. Un risultato clamoroso». Carta vince, carta perde. Facilissimo, di nuovo. Perché è sempre la stessa cosa: chi non si sforza di dare qualcosa in più finisce male. È successo al Boston Globe, al Los Angeles Times, a molti quotidiani e periodici europei. Queste storie sono state prese a esempio, strumentalizzate, usate. «La crisi inarrestabile della carta». Hanno giocato sporco anche alcuni editori, tipo quelli del New York Times che non più di due anni fa avevano pronosticato la loro stessa fine stampata per riciclarsi solo e soltanto on-line. Adesso tornano indietro. Così indietro che pensano di far pagare l’informazione su internet con un forfait di cinque dollari. Solo che quello che i lettori troveranno sul computer sarà diverso da quello che troveranno sul quotidiano. Anche qui sulla carta la rivoluzione è semplicissima: più storie, più commenti, più analisi, tutto quello che non è notizia pura, ma è qualcosa di più. Tornati battaglieri, i signori del New York Times vogliono anche ricomprarsi il palazzo costruito da Renzo Piano che erano stati costretti a vendere per tappare qualche buco di bilancio.

Funziona anche il Wall Street Journal che pensa di far pagare i suoi contenuti internettiani e continua a macinare copie in edicola. Perché ha sempre qualcosa che gli altri non hanno. Però la carta resiste anche al New Yorker, dato per morto una mezza dozzina di volte e invece stravivo e vincente sulla scrittura, sulle idee, sui racconti. Basta capire che internet ha un potenziale infinito, ma è un mezzo che non può sostituire i giornali se i giornali sono fatti in un certo modo. Banale, anche qui. Però l’unica risposta possibile, se è vero che in India, nuovo faro dell’hi-tech mondiale e dove vengono fatti in outsourcing molti giornali on-line spacciati per britannici o americani, c’è il quotidiano più letto del mondo: l’Hinduistan Times, 5,4 milioni di copie vendute al giorno. Ma come la nuova culla del futuro tecnologico ogni giorno si fionda in edicola per comprare il vecchio e logoro giornale? Se lo chiedete al direttore dell’Hinduistan risponde facilmente: «Chi ha raccontato i retroscena degli attacchi a Mumbai? Noi. Chi ha spiegato dove andrà il nostro Paese? Noi». Articolesse, reportage, inchieste: se non ci si spaventa della lunghezza dei testi si scopre che il lettore vuole sapere di più di quello che sa.

Lo pensano persino a Politico.com. Cioè nel vero esperimento riuscito dell’informazione online. È un sito che ha reclutato le migliori firme del giornalismo politico americano: ha raccontato la campagna elettorale del 2008 come nessuno, è stato l’unico ad avere le notizie per primo, le migliori analisi. Ha stracciato tutti dal New York Times al Washington Post. È il futuro. Ed è di carta. Nessuno dice che gran parte dei ricavi di The Politico proviene dalla raccolta pubblicitaria della sua parte stampata. Perché il miglior sito internet di informazione al mondo, ogni tre giorni esce in edizione cartacea. Con più approfondimenti, più commenti, più scrittura. La gente vuole sapere, vuole sfogliare, vuole leggere. Che c’è domani? Non può non essere una rivincita, questa. È il futuro: per accedere non servono password.