Scandalo spie Usa, rilasciata cronista del New York Times

Judith Miller non aveva voluto rivelare le sue fonti. Ora è pronta a testimoniare

Mariuccia Chiantaretto

da Washington

È tornata in libertà Judith Miller, la giornalista del New York Times che ha passato 85 giorni in carcere per il rifiuto di confermare le sue fonti a un magistrato. Ha accettato di testimoniare su quanto ormai era noto a tutti: Lewis Libby, capo di gabinetto del vicepresidente Dick Cheney, le rivelò l'identità di una agente della Cia. Si avvia così verso la conclusione un’istruttoria che potrebbe avere conseguenze imbarazzanti per il governo di George Bush.
È una vicenda complessa, che comincia nel luglio 2003 con una lettera al New York Times dell'ex ambasciatore Joseph Wilson. Wilson rivela che nel 2002 era stato incaricato di una missione nel Niger. Doveva controllare una segnalazione dei servizi segreti italiani, secondo cui Saddam Hussein avrebbe cercato di procurarsi l'uranio per una bomba atomica. Aveva concluso che si trattava di voci infondate, ma la Casa Bianca aveva continuato a citare la storia dell'uranio del Niger per giustificare l'intervento in Irak.
L'articolo ha un effetto devastante. Bush ha iniziato la campagna elettorale e le affermazioni dell'ambasciatore Wilson investono la sua credibilità. Il 14 luglio 2003, il Washington Post pubblica uno scoop del suo collaboratore Robert Novak: Wilson non è stato mandato nel Niger dalla Casa Bianca, ma dalla Cia. Sua moglie, Valerie Plame, è una spia.
Negli Stati Uniti rivelare l'identità di un agente segreto è un reato punibile con il carcere. Quale è la fonte di Novak? L'inchiesta è affidata al procuratore Patrick Fitzgerald. Nel settembre 2003 Bush annuncia che se uno dei suoi collaboratori risulterà la fonte delle indiscrezioni sarà licenziato.
Altri giornalisti, oltre a Novak, hanno raccolto notizie su Valerie Plame. Il magistrato minaccia di arrestarli se non riveleranno le fonti. Alcuni, dopo aver chiesto l'autorizzazione ai funzionari che li hanno informati, accettano di parlare. Novak testimonia in segreto. Matthew Cooper, del settimanale Time, racconta in un articolo quello che ha detto al procuratore: la professione della signora Plame gli è stata rivelata da Karl Rove, consigliere politico di Bush, e confermata da Lewis Libby, capo di gabinetto di Cheney.
Ora tocca a Judith Miller, una giornalista brillante che attraversa un momento di crisi. Nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con una inchiesta su Bin Laden. Nel 2002 e nel 2003 ha pubblicato una serie di rivelazioni sensazionali sulle armi di sterminio in Irak che dopo la guerra si sono rivelate false costringendo il New York Times a scusarsi con i lettori.
Libby ammette di aver parlato con la Miller due volte. L'8 luglio 2003 le ha detto che la Casa Bianca stava cercando di farsi spiegare dalla Cia l'origine della missione nel Niger. Il 12 luglio le ha rivelato che Wilson era stato raccomandato dalla moglie, una agente della Cia. Nel giugno 2005, quando il procuratore Fitzgerald chiede di interrogare la Miller, la giornalista rifiuta di rispondere. Il magistrato le mostra una dichiarazione di Libby che la scioglie dal vincolo di riservatezza ma ottiene un nuovo rifiuto. Il 6 luglio 2005 Judith Miller viene arrestata. Il New York Times, che dopo l'incidente dei falsi scoop non l'aveva più fatta scrivere, ora la difende a spada tratta. Dopo 85 giorni Judith Miller annuncia di essere pronta a testimoniare in quanto ha ricevuto assicurazioni da Libby che l'autorizzazione è stata concessa senza pressioni del magistrato. Joseph Tate, l'avvocato di Libby, è perplesso. «Le avevamo dato la stessa garanzia un anno fa», ha dichiarato ieri.