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La pianta carnivora che affascinò Darwin ora ispira i robot

Gli scienziati hanno individuato il meccanismo fisico che permette alla Venere acchiappamosche di chiudere rapidamente la propria trappola, risolvendo un interrogativo che incuriosiva i ricercatori fin dai tempi di Charles Darwin

La pianta carnivora che affascinò Darwin ora ispira i robot
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Appena ho visto il nuovo studio sulla Venere acchiappamosche mi sono precipitato a leggerlo, sperando ci fosse qualcosa che potesse essermi utile. Non sono mai stato un amante delle piante e del verde in generale, ma della Venere acchiappamosche sì.

Comunque sia, gli scienziati hanno individuato il meccanismo fisico che permette alla Venere acchiappamosche di chiudere rapidamente la propria trappola, risolvendo un interrogativo che incuriosiva i ricercatori fin dai tempi di Charles Darwin. Secondo uno studio pubblicato giovedì su Science, la chiusura non sarebbe dovuta, come si pensava da oltre un secolo, a una rapida redistribuzione dell’acqua all’interno della foglia, piuttosto a un improvviso ammorbidimento delle pareti cellulari nello strato esterno della trappola.

La Venere acchiappamosche (nome scientifico Dionaea muscipula) è quella pianta carnivora originaria di alcune zone della Carolina del Nord e della Carolina del Sud che è come una bocca sempre spalancata, tranne quando scatta per mangiare. Me ne sono ossessionato da quando vidi il film La piccola bottega degli orrori. La “bocca” in realtà è una foglia modificata (in ogni caso resta una bocca, a me sembra una bocca, per tutti è una bocca, tranne al naturalista John Ellis che nel 1768 la descrisse e la chiamò appunto Dionaea muscipula, letteralmente “trappola per topi”, altro che Venere) divisa in due lobi incernierati, simili a mascelle dentate e quando un insetto tocca le strutture sensibili simili a peli presenti sulla superficie interna, la trappola scatta e si chiude in circa un decimo di secondo (avete capito bene, un decimo di secondo), intrappolando la preda, che viene poi digerita per diversi giorni grazie a enzimi secreti dalla pianta.

I ricercatori, guidati dal fisico Yoël Forterre del CNRS e dell’Università di Aix-Marseille, hanno mostrato che l’attivazione della trappola provoca un ammorbidimento rapido, stimato tra il 30 e il 40 per cento, delle pareti cellulari esterne. Questo consente alla foglia di rilasciare energia meccanica accumulata, con un effetto simile a quello di una molla. Il risultato, secondo gli scienziati, potrebbe avere applicazioni nello sviluppo di materiali intelligenti e robotica morbida, fico.

Ora, la cosa è interessante per la tecnologia e la robotica, meno per me, che già non sono mai riuscito a far sopravvivere nessuna pianta, le piante mi vedono e muoiono, e la Venere acchiappamosche non è divertente come sembra. Per il 99,9% del tempo se ne sta lì, ferma, senza fare nulla, tranne quando le capita un insetto, una zanzara, una mosca, e però la mia idea era sempre stata quella di mettermene una sulla scrivania e buttarle dentro un insetto ogni tanto facendola scattare, e anche sushi, e prosciutto, oppure cucinare per lei, io e lei.

Pessima idea, mi hanno spiegato, deve stare al sole, sole diretto, va innaffiata con acqua piovana o distillata (l’acqua del rubinetto la ammazza per via del calcare), vuole un substrato povero tipo torba bionda di sfagno e perlite e tante altre accortezze (capite perché odio le piante? Anche se esistenzialmente le invidio) e come se non bastasse non si devono mai far chiudere le mandibole per gioco. E che cavolo. Magari però, per merito di questa nuova scoperta, a qualcuno verrà in mente di produrre una Venere acchiappamosche robot che funziona come l’originale. Mi accontenterei.

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