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Scienze

Uno studio sulle lontre di Adelaide e i miei scimpanzé di Roma: quando allo zoo lo spettacolo siamo noi

scimpanzé Roma

Allo zoo di Roma, che si chiama Bioparco (come tutti gli zoo, li hanno chiamati tutti così, come se cambiasse qualcosa), ho la tessera onoraria, entro senza pagare, complice anche Il Giornale, e il perché ve lo racconto dopo, nel frattempo è uscito uno studio molto interessante e c’entra molto con quello che vi dirò alla fine.

L’Università di Adelaide ha pubblicato sul Journal of Zoological and Botanical Gardensi risultati di sei mesi di osservazione di sei lontre asiatiche dalle piccole unghie dell’Adelaide Zoo (per un totale di 146 sessioni di un’ora). Si sono accorti che quando i visitatori erano presenti più a lungo le lontre risultavano più attive e più spesso visibili e senza mostrare segnali evidenti di un effetto negativo del pubblico, anzi, aumentavano anche le vocalizzazioni, sebbene i ricercatori non ne abbiano distinto il tipo e quindi non possano stabilire esattamente l’emozione.

Tuttavia i risultati sono compatibili con un’ipotesi interessante: per alcune specie la presenza del pubblico potrebbe funzionare come una “forma di arricchimento ambientale”, vale a dire che noi andiamo allo zoo convinti di essere noi a guardare gli animali, ma potremmo essere anche noi una parte dello spettacolo.

E qui torno all’aneddoto iniziale, perché quello studio mi ha ricordato qualcosa che avevo osservato anni fa. Prima di scrivere un mio romanzo andavo ogni mattina allo zoo (pardon, Bioparco), in particolare dagli scimpanzé, i quali ormai mi riconoscevano a vista. Hanno un bellissimo living, con cascata, alberi, pasti selezionati e vari (perfino una cotoletta a settimana). Nel frattempo mi accorsi che il living degli orango sembrava un carcere, e andai a parlare con Federico Coccia, il presidente, e Coccia mi spiegò che i fondi erano bloccati dal Comune di Roma.

Immediatamente scrissi un attacco al Comune sul Giornale, e i fondi si sbloccarono, e io smisi di pagare ogni giorno per andare dai miei amici scimpanzé, tessera onoraria da scrittore amico degli orango (anche se andavo dagli scimpanzé). Che non mi sembravano affatto tristi (attenzione, non vale per tutte le specie). Li invidiavo perfino io: è come avere una villa bellissima, vitto, alloggio, cure gratis senza passare dalla ASL, e perfino, qui mi venne l’illuminazione che suggerisce lo studio, uno spettacolo quotidiano di scemi che ti vengono a guardare al di là di un vetro. Se ci pensate, era il loro programma televisivo, un reality trash identico a quelli che facciamo per noi.

Ne ho osservati parecchi, stando purtroppo dalla stessa parte del vetro, tra gli umani. C’è chi diceva “poverini che tristi, dovrebbero stare in natura”, come se in natura si stesse bene (e quanto alla tristezza, è uno di quei “piccoli equivoci tra noi animali”, titolo anche di un libro di Giorgio Vallortigara dove ci fa notare, tra l’altro, che i delfini non sorridono, hanno il muso così e non possono fare altro). Triste anche sentire una mamma indicare gli scimpanzé e dire “guarda le scimmie”, e talvolta non mi trattenevo: “Signora, non sono macachi, sono grandi scimmie antropomorfe, come noi, come lei”. Seguiva discussione, talvolta anche rissa verbale con altri visitatori grandi scimmie antropomorfe della specie umana, con grande divertimento per i miei amici scimpanzé, non ho bisogno di pubblicare uno studio per dimostrarlo, ero lì, dall’altra parte del vetro non mi applaudivano giusto perché non erano scimpanzé da circo, ma me lo facevano capire: gli movimentavo il reality e ridevano, e non come delfini.

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